BASILICATA: I DATI MACROECONOMICI

Riccardo Achilli

 

 

 

 

 

Essendo entrato in carica effettivamente ad inizio 2014, il governo Pittella ha attraversato la coda, particolarmente violenta, della grande crisi del debito sovrano innescatasi nel 2011, e poi la fase di ripresa dell’economia. Per gran parte del suo periodo, il Governo, Pittella ha quindi avuto la fortuna di beneficiare di un ciclo economico generale in ascesa, a fronte del suo predecessore, che ha vissuto gran parte del suo periodo di presidenza, perlomeno dal 2008 al 2013, nel cuore tempestoso della recessione.

Dico questo perché, nelle analisi economiche che svolgevamo ai tempi in cui lavoravo per la Giunta Regionale, avevamo sempre notato come il ciclo economico della Basilicata fosse strettamente correlato con quello nazionale. A contribuire a tale stretta relazione fra risultati economici regionali e nazionali contribuisce il modello di specializzazione peculiare della Basilicata, basato su settori produttivi fortemente prociclici (edilizia, turismo, automotive, commercio) e sulla ristrettezza del mercato interno regionale, che induce effetti di spillover sui mercati delle regioni limitrofe, in specie Campania e Puglia.

Nonostante la fortuna di ritrovarsi per molti anni sulla cresta risalente del ciclo, il Governo Pittella ha raccolto molto poco. E’ vero, è tornata la crescita, ma proprio per effetto del trascinamento nazionale. Dopo i fuochi fatui di alcuni eventi straordinari che hanno alimentato la performance del 2016 (annata agricola particolarmente favorevole, riorientamento dei flussi turistici mediterranei verso il Sud, e quindi anche verso la Lucania, per effetto di paure legate al terrorismo nei Paesi nordafricani, assunzioni straordinarie ed investimenti per rinnovo delle linee produttive alla Fca di Melfi) la crescita del 2017 è stata fiacca, orientandosi verso una sostanziale stagnazione (+0,7%, solo la metà del +1,4% meridionale e del +1,5% nazionale). Le previsioni per il 2018 della Svimez puntano verso un più che probabile ulteriore rallentamento, in linea con quello del ciclo generale del Mezzogiorno e del Paese. Si è persa l’opportunità di dare una svolta al sistema produttivo nel senso dell’innovazione e del cambiamento del modello di specializzazione settoriale, incentrato su attività a basso valore aggiunto, tipiche di una economia emergente. I lavoratori impiegati nei settori produttivi ad alta conoscenza sono rimasti, nel 2017, gli stessi del 2013, il 15% circa. Gli occupati in imprese creative sono diminuiti, nello stesso periodo, dall’1,9% all’1,7%. Il sistema produttivo lucano rimane agganciato ad un modello povero, parzialmente obsoleto, poco competitivo, incapace di promuovere fenomeni di sviluppo autopropulsivi.

Nel frattempo, gli assetti sociali ed occupazionali non hanno mostrato miglioramenti. E’ vero, il tasso di occupazione è cresciuto, dal 50% lasciato dal precedente governo al 53,5% del 2017. Ma ciò è avvenuto soprattutto in ragione di una riduzione del denominatore di detto rapporto, ovvero della popolazione in età da lavoro, per effetto di una ripresa dei flussi migratori e di un effetto lavoratore-scoraggiato che ha fatto diminuire la quota di popolazione che partecipa attivamente al mercato del lavoro. Infatti, fra 2015 e 2017, l’occupazione, in valore assoluto, si è contratta dello 0,2%, e fra secondo trimestre 2017 e secondo trimestre 2018 vi è stata un ulteriore emorragia di circa 3.000 addetti, dimostrando chiaramente quanto la presunta ripresa economica regionale fosse di carta straccia. Mentre, invece, il saldo migratorio, fra 2015 e 2017, torna negativo, dopo anni in cui era stato moderatamente positivo: nel biennio in questione, lasciano la regione ben 1.794 lucani. Le forze di lavoro potenziali, per effetto di fenomeni di scoraggiamento, diminuiscono dell’1,3%. Si perdono i più istruiti: il tasso di emigrazione dei giovani laureati passa da -23,8 nel 2013 a -27,9 nel 2016. Una vera fuga di cervelli incontrastata. Nonostante il grande impegno su programmi come la Garanzia giovani e Capitale/Lavoro, le politiche attive del lavoro regionali scontano ancora una percentuale di giovani che non studiano, non lavorano e non fanno formazione professionale (i cosiddetti NEET) vicina al 30%. La partecipazione ad attività di formazione

 

 

 

 

 

continua riguarda soltanto il 7% degli adulti.

Il mercato del lavoro regionale è così fragile e destrutturato che non è riuscito nemmeno ad approfittare della droga della decontribuzione per i nuovi contratti a tutele crescente del Jobs Act, come nel resto del Paese. Fra 2015 e 2017, gli occupati a tempo determinato aumentano di oltre 2.300 unità, mentre quelli a tempo indeterminato si riducono di 2.000 unità. Secondo i dati dell’Osservatorio INPS sul mercato del lavoro, le nuove assunzioni passano soprattutto per i contratti e tempo determinato, perché quelli a tutele crescenti rappresentano solo il 18% dei nuovi contratti posti in essere nei primi 10 mesi del 2017.

La precarizzazione del mercato del lavoro lucano e l’impoverimento dei lavoratori sembrano diventare strutturali. Gli occupati sovraistruiti rispetto al posto di lavoro che occupano, un indicatore di malfunzionamento del mercato del lavoro, passano dal 24% del 2013 al 27,9% del 2017. La percentuale di famiglie definite “in grande difficoltà economica” passa dal 13,5% al 18,6% nel medesimo periodo. Mentre l’indice di diseguaglianza dei redditi passa da 4,5 a 5, segnalando un ampliamento della forbice reddituale, dentro la quale vi sono pezzi di ceto medio che precipitano verso la povertà. Gli indici di partecipazione sociale e politica crollano (passando, rispettivamente, dal 22,7% al 22% e dal 63,2% al 53,9% fra 2013 e 2016) segnalando pericolose derive di rancore e isolamento.

Certo, è doveroso dire che alcuni importanti progetti di investimento avviati da circa un anno, come il piano PIA, per 27 milioni di euro, o i progetti di investimento in agricoltura, non hanno ancora prodotto effetti economici ed occupazionali misurabili, quindi il giudizio è sospeso. Tuttavia, nell’insieme, questi cinque anni non hanno prodotto tutti i risultati atti a dare una svolta significativa alla regione. Nonostante un contesto, in termini di ciclo economico, sostanzialmente migliore di quello affrontato dalla Giunta precedente , non sono stati portati a qualche soluzione i grandi mali della politica lucana (programmazione improvvisata e scarsamente selettiva, difficoltà a dare qualità ai processi di spesa ed investimento, difficoltà ad adottare approcci di policy integrati e di filiera nel sociale, resistenza culturale rispetto alla necessità di aprire la regione in senso pieno ad apporti qualificati dall’esterno, siano essi investimenti o professionalità, incrostazione difensiva di una classe dirigente senza più idee ed iniziative nei gangli più importanti della programmazione e dell’attuazione delle politiche). E non c’è da esserne fieri. Ne portiamo tutti la responsabilità, anche chi, come me, sia pur da posizioni professionali molto modeste, doveva contribuire a migliorare le cose e non ci è riuscito. Il prezzo che pagherà la comunità regionale, nei prossimi anni, sarà durissimo. Il senso di assenza di prospettiva sta diventando pervasivo. Serve una reazione immediata, di coraggio verso un forte rinnovamento di classe dirigente e di pratiche politiche ed amministrative, in primis da ciò che resta della società civile, ed in secundis dalla politica regionale.