IMPRESE ANZIANE, GIOVANI PENALIZZATI

Il capitalismo italiano invecchia, non soltanto a causa di modelli gestionali, padronali e familistici, non sempre adeguati a sostenere la competizione (e non di rado responsabili di specifiche problematiche di mortalità o paralisi aziendale in fase di successione al controllo dell’impresa fra generazioni diverse) ma anche per motivi strettamente anagrafici. L’Osservatorio Unioncamere sulle persone con carica di amministratore nelle imprese italiane negli ultimi cinque anni, aggiornato al primo trimestre 2018, ci dice che “tra il 2013 e il 2018, gli amministratori tra i 50 e 69 anni sono aumentati di 194mila e in quella degli ‘over 70’ di altre 125mila, per una crescita complessiva di 319mila unità per l’insieme degli over 50. A questa espansione ha fatto eco una forte contrazione degli amministratori con meno di 50 anni di età: a fine marzo di quest’anno erano 1,5 milioni con una diminuzione totale di oltre 270mila unità negli ultimi 5 anni (il 15% in meno rispetto al 2013), dei quali 251 mila nella classe tra i 30 e i 49 anni e 20 mila in quella under 30”. Particolarmente rilevante è tale dinamica nel Sud sia in termini assoluti (+102mila unità) che relativi (+20,9%) rispetto a quello riscontrato nelle regioni centro-settentrionali, dove il  ”grigio” dell’età si fa largo soprattutto al Nord-Ovest (+82.500 unità quanto ai valori assoluti) e al Centro (+17,6% in termini relativi). Regioni come Molise e Calabria evidenziano le dinamiche di invecchiamento più marcate.

Contrariamente a quanto si pensi, il problema non sarebbe tanto in una presunta carenza di capacità innovativa connessa con l’età più avanzata dei titolari di impresa. Benjamin F. Jones, un economista ha verificato i dati anagrafici dei Premi Nobel del secolo scorso. I risultati della sua indagine sono poi stati pubblicati nella prestigiosa Review of Economics and Statistics. La conclusione è piuttosto netta: l’età in cui si producono le intuizioni migliori si situa, con maggiore frequenza statistica, fra i 34 e i 37 anni. Tuttavia, secondo una indagine del 2015 condotta da Italia Startup, e ripresa da un articolo del Sole 24 Ore, il 44,2% di chi ha avviato una nuova azienda ha da 36 a 50 anni. gli over 50 sono il 14,4% e gli over 60 il 3,8%.

Il neoimprenditore, quando crea una nuova azienda, è stato spesso impegnato per un periodo in un’altra attività. Altri studi del Global Entrepreneurship Monitor, citati dall’Osservatorio Senior, hanno riportato che nella fascia 55-64 anni si concentra il 14% circa della nuova imprenditorialità. Per Alberto Carpaneto, direttore della fondazione Human+, il dato interessante è proprio quello dei senior: «Questi signori testimoniano che non esiste un’età ideale per fare impresa, e se c’è, non è quella dei ventenni. Gli imprenditori “anta” sono molto spesso lavoratori dipendenti, manager o quadri che importano il loro know how in nuove startup (il 19% dei dirigenti che perde l’incarico ritrova un lavoro come titolare e/o socio di un’impresa – dato Manageritalia). I senior startupper sono anche professori universitari che mettono a frutto anni di ricerca creando nuovi prodotti, persone dalla green mentality o che hanno un interesse specifico per l’ICT capaci di trasformare questa passione in un business, oppure quelli che provengono da esperienze nel settore no profit».

Tale risultato è forse meno rilevante per il Sud, dove le realtà professionali ed accademiche di punta sono meno diffuse rispetto al Centro Nord, e più concentrate nelle grandi realtà urbane e nei pochi centri universitari e scientifici di valore, e dove vi è minor frequenza di dirigenti provenienti dal settore privato in grado di affrontare una sfida imprenditoriale, per la maggiore prevalenza, nell’economia meridionale, del settore pubblico, più restio a “creare impresa”. E’ un dato di fatto che la Regione Campania è solo quinta nella graduatoria delle regioni per numero di start up innovative, la Sicilia è ottava, la Puglia decima, con Basilicata e Molise rispettivamente terzultima e penultima. Di fatto, i poli di Napoli, Palermo, Catania e Bari sono gli unici in grado di evidenziare una certa vitalità nella creazione di impresa al Mezzogiorno.

Tuttavia, l’esperienza anagrafica conta, e vale anche per il Sud. Piuttosto, il problema dell’invecchiamento dei titolari di impresa riflette la crescente difficoltà che i giovani riscontrano nell’accedere al mestiere dell’imprenditore, nonostante i vari tentativi di snellimento delle procedure burocratiche per avviare nuove imprese (si pensi alla recente normativa sulla Srl semplificata) e nonostante i programmi di agevolazione dedicati specificamente ai giovani imprenditori (il programma Resto al Sud, che peraltro registra interessanti tassi di partecipazione). Ciò di fatto preclude un potenziale importante canale di lotta alla disoccupazione dei giovani a medio/alto livello formativo, che finiscono per alimentare la fuga dei cervelli. Scarso credito bancario, specie al Sud dove le banche sono ancora afflitte dal problema delle sofferenze, una domanda interna ancora debole nonostante la fine “tecnica” della crisi economica, l’assenza pressoché totale di supporto scientifico e di ricerca da parte del sistema della ricerca pubblica, infatti, ostacolano un ringiovanimento dell’imprenditoria. Più che agevolazioni, quindi, servirebbe un’azione di sistema, che coinvolga tutti i soggetti rilevanti, per creare un ambiente favorevole alla nuova impresa giovane, creando quelle convenienze localizzative atte a facilitare una maggiore diffusione di imprese giovani, fatte di credito disponibile ed accessibile per progetti a alta redditività potenziale futura, collaborazione pubblico/privato nella ricerca, formazione imprenditoriale nelle scuole e nelle università, incentivi per una fluida successione di impresa fra padre e figlio (che, per le piccole imprese artigianali, debbono andare a coprire la perdita dell’avviamento) o fra imprenditore anziano e dipendenti (o apprendisti) che ne vogliano rilevare l’attività. Ed ovviamente, serve una ripartenza del mercato interno e della domanda per consumi, con nuove politiche di stampo keynesiano, senza la quale non si può pensare di avere nuove imprese.

 

 

Riccardo Achilli