Lusso, la sfida è dar spettacolo

“L’ X-Factor per il mercato del lusso nei prossimi 5 anni sarà  vendere esperienze”, dice Claudia D’ Arpizio partner di Bain alla presentazione milanese dell’ annuale monitor realizzato con Fondazione Altagamma. In un mercato che, secondo l’ associazione di aziende presieduta da Andrea Illy, vale 1.160 miliardi di euro (262 miliardi per i beni alla persona) e chiuderà  il 2017 in crescita del 5% «le griffe vincenti saranno quelle che si avvicineranno di più, per scenografia, racconto e approccio al cliente, al mondo del cinema, un po’ come è successo con le serie di Netflix», aggiunge la partner di Bain. A richiedere un tale approccio sono i consumatori dei beni alto di gamma che premiano i canali dove c’è un reale interscambio con la marca e per cui il termine «millennials» è¨ uno stato mentale: se il retail cresce dell’ 8%, l’ online segna un +24%, gli aeroporti un +12%, gli special store +5%.

«Negli anni 80 ci chiedevamo se un determinato target avesse soldi da spendere, oggi potenzialmente va tenuto in considerazione anche chi è un new comer del lusso», sottolinea D’ Arpizio. «Per questo la cura deve essere su tutti i canali in cui si trova un marchio e a ogni livello. I brand, grazie alle tecnologie, non hanno più segreti e l’ unica carta da giocare è stupire». Una ricercatezza che ha un costo elevato in termini di creatività : «i clienti vogliono infatti essere trattati da locali all’ estero e da turisti nella propria città », aggiunge.  Per i 450 milioni di persone (erano 40 milioni nel 1985) che da qui ai prossimi 5 anni compreranno lusso vanno calibrate strategie e linee di produzione. «I marchi del made in Italy sono chiamati a crescere per diventare globali, siamo in una dimensione di grande cambiamento dove essere disruptive, sia nella tecnologia sia nella concorrenza, è la condizione primariaa», dice Illy, presidente di Altagamma.

Intanto, nel mercato dei beni alla persona, che vale 262 miliardi di euro (saranno 300 mld nel 2020) la crescita è stata guidata più da un incremento dei volumi che non dei prezzi e da un ritorno dei clienti locali oltre ai turisti. La parte del leone la fanno abbigliamento, bellezza e orologi, con l’ exploit delle calzature (+10%), la gioielleria, che torna a crescere (+10%) e gli accessori (+7%). Ma non regge più  la classica segmentazione del lusso, perchè il casual vale oltre il 30% dei consumi. «Solo che le vendite di rubber slides, le ciabatte di gomma alto di gamma sono cresciute del 50% per 500 milioni di euro con margini da industria farmaceutica», aggiunge D’ Arpizio. E, a proposito di best-seller, le vendite di sneakers sono aumentate del 10% (valore 3,5 mld di euro), quelle di t-shirt del 25% (2,5 mld), il denim cresce del 6% (3,2 mld) i piumini del 15% (2,3 mld).  Geograficamente, la crescita del lusso riguarda tutte le macro regioni, con l’ Europa di nuovo in testa (+6% a 87 miliardi) e la Cina a 20 miliardi con un balzo annuale del 15%. Segno più anche in Giappone e negli Usa. La novità  è anche il ritorno dei Russi alla spesa di lusso. Secondo Bain oltre il 60% dei marchi di lusso ha visto crescere i ricavi ma non i profitti, segno che per finanziare la crescita valgono più gli investimenti «in marketing, brand e persone che non nei negozi», conclude D’ https://www.fotosearch.it/CSP990/k11134588/Arpizio.

 

 

 

 

Articolo tratto da www.italiaoggi.it