Rapporto svimez sull’economia del mezzogiorno

L’integrazione Nord-Sud, oltre che trasferimenti netti di risorse pubbliche da Nord a Sud, implica anche corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord. Il Mezzogiorno è un primario mercato di sbocco dell’industria settentrionale; il risparmio meridionale è impiegato per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro-Nord; l’emigrazione di giovani meridionali in formazione o con elevate competenze già maturate alimenta l’accumulazione di capitale umano nelle regioni settentrionali.
Questa complessa rete di rapporti commerciali, produttivi e finanziari è l’ovvia conseguenza del pluridecennale processo di integrazione nazionale e genera condizionamenti reciproci, determinando andamenti fortemente correlati delle economie e delle società nelle due macroaree. Perciò, inevitabilmente, i risultati economici e il progresso sociale di ciascuna di esse dipendono dal destino dell’altra.
La nozione di dipendenza del Sud andrebbe perciò più correttamente sostituita con quella di interdipendenza (mutuamente benefica) tra due territori che non sono sistemi a parte, ma aree strutturalmente diverse per diverse ragioni, e strettamente integrate e interdipendenti che, necessariamente, tendono a crescere (e arretrare) insieme.
La crescita del Mezzogiorno, al di là della rilevanza dei fattori locali è fortemente influenzata dall’andamento dell’economia nazionale, e viceversa. La crescita del Centro-Nord, al di là della sua maggiore integrazione nei mercati internazionali, è altrettanto dipendente, per diverse ragioni, dagli andamenti del Mezzogiorno. Nel periodo considerato, le due macroaree hanno condiviso la stessa dinamica stagnante del PIL pro capite: +1,1% in media annua. Negli stessi anni, nelle regioni Ue dell’obiettivo convergenza (con esclusione di quelle del Mezzogiorno) il tasso di crescita medio annuo dell’indicatore di benessere economico è stato più che triplo (+3,6%). Il PIL pro capite delle altre regioni Ue dell’obiettivo competitività (escludendo quelle italiane) è cresciuto, in media annua, di oltre il doppio (+2,3%). I diversi canali attraverso i quali si determina l’interdipendenza tra Mezzogiorno e Centro-Nord, interessano i flussi di finanza pubblica, gli scambi interregionali di beni e servizi, il mercato del credito, e le migrazioni intellettuali.

Una parziale inversione degli storici processi regionali di integrazione attivi nel Paese ha spinto il Mezzogiorno su un sentiero di «autonomia disintegrata» dal resto del Paese proprio a partire dagli anni del declino nazionale. Questi segnali riguardano:
1) il ridimensionamento progressivo della redistribuzione operata dal settore pubblico tra Nord e Sud del Paese;
2) gli indizi del ridimensionamento dell’interscambio commerciale interregionale, almeno fino agli anni pre crisi;
3) il processo di integrazione finanziaria passiva che ha consentito l’affermazione di un modello di offerta di credito basato su grandi banche a controllo esterno più funzionale al finanziamento di investimenti più remunerativi e meno rischiosi nelle aree più produttive del Paese che alle esigenze del sistema produttivo del Mezzogiorno;
4) gli effetti della migrazione intellettuale risultano asimmetricamente distribuiti tra le due macro-ripartizioni, a svantaggio del Mezzogiorno, a beneficio del resto del Paese.
Ma restano ancora intensi i tratti dell’interdipendenza Nord-Sud. La quantificazione di intensità e direzione dei flussi di risorse che ne risultano è un utile esercizio per le policy perché fornisce indicazioni importanti ai fini della definizione degli interventi di supporto alla domanda interna come, ad esempio, quelle relative all’allocazione geografica dei finanziamenti per gli investimenti pubblici. Sono tre le time particolarmente significative:
a) 20 dei 50 miliardi circa di residuo fiscale trasferito alle regioni meridionali dal bilancio pubblico ritornano al Centro-Nord sotto forma di domanda di beni e servizi;
b) gli stimoli di domanda provenienti dal Mezzogiorno tendono a disperdersi territorialmente con maggiore intensità rispetto a quelli provenienti dal Centro-Nord, creando maggiori effetti di spillover a favore delle altre macroaree: più del 30% dell’effetto moltiplicativo della domanda interna all’area va a beneficio delle regioni del Centro Nord;
c) i flussi di migrazione intellettuale provenienti dal Mezzogiorno generano benefici netti per le regioni centro-settentrionali. La migrazione dei laureati provoca per il Mezzogiorno una perdita secca in termini di spesa pubblica investita in istruzione e non recuperata stimata in circa 2 miliardi l’anno (che equivale a un risparmio di spesa pubblica di pari importo per le regioni del Centro-Nord). Il valore dei consumi pubblici e privati annui attivati dall’emigrazione studentesca nelle regioni del Centro-Nord è di circa 3 miliardi di euro (causando una perdita di pari  importo per le regioni meridionali).

 

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