IL SUD STA DIVENTANDO UN GUSCIO VUOTO. L’ESATTO CONTRARIO DI QUELLO CHE DOVREBBE AVVENIRE

Cosa dice sul Sud il rapporto Svimez 2018

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti disoccupati è raddoppiato tra il 2010 e il 2018. Toccata quota 600 mila.

 

 

La Svimez, associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ha pubblicato le prime anticipazioni del suo rapporto annuale 2018 dedicato al Sud. E i dati non sono confortanti. Nel 2019, infatti, «si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale», con la a crescita del Pil che «sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud». Nel corso del 2017 il Mezzogiorno ha proseguito la sua lenta ripresa, ma in un contesto di «grande incertezza» e in assenza di «politiche adeguate» rischia di frenare ancora, con un «sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo» nel giro di due anni. La Svimez sottolinea in particolare che anche nel 2019 «il livello degli investimenti pubblici al Sud dovrebbe essere inferiore di circa 4,5 miliardi se raffrontato al picco più recente», datato 2010. Se invece nel 2019 fosse possibile recuperare per intero questo gap, si avrebbe una crescita aggiuntiva di quasi un punto percentuale rispetto a quella prevista.

IL SUD HA PERSO QUASI DUE MILIONI DI RESIDENTI IN 16 ANNI

Inoltre, negli ultimi 16 anni, «hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e883 mila residenti», la metà dei quali «giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati». E il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, passando da 362 mila a 600 mila, mentre al Centro-Nord sono 470 mila. La Svimez parla di «sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche». E definisce «preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors, ovvero del lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario».

DRAMMATICO DUALISMO GENERAZIONALE

Suscita preoccupazione anche un altro fenomeno, che la Svimez definisce «drammatico dualismo generazionale». E spiega: «Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di occupati nella fascia adulta 35-54 anni (-212 mila) e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)». Si è dunque «profondamente ridefinita la struttura occupazionale a sfavore dei giovani».

MENO STRANIERI RISPETTO AL CENTRO-NORD

Dal punto di vista demografico, inoltre, il peso del Sud è diminuito ed è pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri. Nel 2017 al Centro-Nord risiedevano infatti 4,2 milioni di cittadini non italiani, rispetto agli 872 mila del Mezzogiorno. Sul fronte dei servizi, i divari rispetto al resto del Paese si fanno sentire anche in campo sanitario. E sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie, soprattutto al Sud

Un territorio che perde i suoi giovani è un territorio che perde il futuro. E il Mezzogiorno ha bisogno di tutto, tranne che di perdere ulteriore terreno. Il drammatico calo demografico che nell’ultimo decennio ha colpito il Sud Italia, oltre a riflettere il profondo disagio che impoverisce il nostro tessuto sociale, testimonia che la questione meridionale è tutt’altro che risolta. Inutile nascondersi dietro un dito”. Commenta così Aldo Patriciello, europarlamentare e membro del Gruppo Ppe al Parlamento europeo, le anticipazioni del rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno 2018 presentate a Roma alla presenza del Ministro per il Sud Barbara Lezzi.

“Quasi due milioni di cittadini emigrati costituiscono un dato più che allarmante” – afferma Patriciello. “Fino a quando si continuerà a non affrontare seriamente il nodo della enorme sperequazione presente nella nostra penisola – spiega l’eurodeputato molisano – sarà difficile ritornare ai livelli di ricchezza pre-crisi e arrestare, di conseguenza, l’emigrazione dei nostri giovani. E non lo dico soltanto io, ma tutti i principali centri di ricerca e statistica nazionali ed europei: senza uno strutturale processo di crescita del Mezzogiorno è impensabile generare livelli di sostenibilità economica adeguati per l’intero Paese. A meno che non si voglia istituzionalizzare una volta e per sempre il divario tra nord e sud ed applicare un principio di darwinismo territoriale in base al quale solo le Regioni ricche saranno in grado di sopravvivere e reggere la sfida competitiva, mentre quelle a basso reddito resteranno perennemente indietro. Occorre dunque – afferma Patriciello –  recuperare quella centralità politica smarrita negli ultimi anni e realizzare una base su cui costruire un discorso a lungo termine: serve un vero e proprio Piano Marshall per il Sud che sia il frutto di una strategia tra Unione Europea, Governo e istituzioni regionali. Abbiamo già ampiamente sperimentato l’inefficacia di interventi emergenziali o dettati da particolari circostanze del momento. C’è bisogno invece di invertire la rotta e di dare un segnale di forte discontinuità con il passato: un Mezzogiorno periferia economica del Paese non conviene a nessuno. I dati di questi ultimi giorni – conclude l’europarlamentare azzurro –  non fanno altro che certificare una realtà ben nota a tutti ma che stranamente, fino ad oggi, fa fatica ad entrare nelle priorità dell’agenda politica del nostro Paese”

 

 

 

 

 

 

“La questione meridionale non può essere ignorata ancora per molto. Immigrazione e infrastrutture sono problemi reali del nostro Paese, ma un governo nazionale serio non può dimenticare il vero dramma italiano: i 2 milioni di italiani che hanno lasciato il Sud di cui il 50% giovani tra i 15 ai 34 anni (rapporto Svimez mezzogiorno 2018)”. Lo afferma il consigliere Gianni Rosa (Lb-Fdi) che aggiunge: “La Basilicata non è immune da questo dramma: tutte le famiglie, inutile nasconderlo, vivono la tragedia di qualche familiare che parte e non rientra più. Questo fenomeno spopola il Sud e l’unica causa è la mancanza di una prospettiva di lavoro”.

“Il Sud – prosegue Rosa – si sta trasformando in un guscio vuoto, una culla di giovani talentuosi prima cresciuti, poi formati e, alla fine abbandonati. La sfida di un governo nazionale serio dovrebbe essere quella di costruire le condizioni per far rimanere o far rientrare al Sud chi è andato a studiare o a fare esperienze di lavoro al Nord o oltre confine. Sarebbe il caso di abbandonare l’ottica di un Sud che va assistito nella povertà e impegnarsi per aiutarlo a crescere nello sviluppo. Tutte le risorse umane qualificate che si spostano al Nord dal Sud, in primis i giovani, dimostrano che siamo usciti dalla fase del Mezzogiorno che è solo ‘braccia da esportare’ e che siamo una fucina di talenti che però vengono impiegati al Nord. Impieghiamoli al Sud. E il divario tra Mezzogiorno e Settentrione diminuirà”.

“Da questo deve partire la sfida anche per i futuri governanti della Basilicata. Oltre a porre in campo politiche finalizzate allo sviluppo economico della Regione, tramite la richiesta di una maggiore ‘autonomia’ ed abbandonando l’idea dell’assistenzialismo, il prossimo Governo regionale – prosegue ancora Rosa – dovrà pretendere dal Governo nazionale, di qualunque colore sia, politiche nazionali a supporto dell’intero Meridione.  Inutile pensare, che la soluzione sia il riempire ‘i posti vacanti’ con l’immigrazione irregolare o con il trasferimento, dietro una promessa di defiscalizzare la pensione, di anziani del Nord. È solo un palliativo che finirà per rendere il Sud ancora più improduttivo. Peggio, ancora, pensare che la soluzione passi per la concessione ai ‘sopravvissuti’ meridionali del reddito di cittadinanza”.

A parere dell’esponente di Fratelli d’Italia “il Sud e la Basilicata hanno bisogno di altro, anche di una classe dirigente capace di riportare, immediatamente, nei luoghi del governo pubblico, la legalità. Ecco perché, oggi abbiamo un’occasione storica, da un lato le prossime elezioni regionali tramite le quali i lucani potranno spazzare via il marciume, dall’altro la speranza che il Governo nazionale oggi in carica, che si appella al ‘cambiamento’, superi la fase delle promesse e dimostri agli abitanti del Mezzogiorno d’Italia che la partita non è persa e, ponga seriamente al primo punto della sua agenda politica il Sud. Gli anni dovrebbero aver insegnato a tutti che il Sud e il Nord non sono due entità distinte e che la crescita dei due territori è intimamente connessa: crescono ed arretrano insieme, come evidenziato anche dallo Svimez. E per far comprendere al Governo nazionale, ove non fosse ancora avvenuto, che il Sud non è un’appendice dell’Italia, non è un territorio buono solo a fornire risorse naturali, non è il ‘mercato coloniale’ del Nord, è centrale il lavoro dei parlamentari di maggioranza eletti in Basilicata che devono essere protagonisti nella politica nazionale per la loro terra e devono ‘pretendere’ che il voto dei lucani – conclude Rosa – non sia considerato solo un ornamento decorativo di un sistema più grande tutto volto a interessi estranei alla Basilicata. Il voto dei Lucani conta”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo valutazioni di preconsuntivo elaborate dalla SVIMEZ, nel 2017 il Prodotto interno lordo (a prezzi concatenati) è aumentato nel Mezzogiorno dell’1,4%, con un incremento rilevante rispetto al 2016 (0,8%). La crescita è stata solo marginalmente superiore nel Centro-Nord (1,5%), accelerando anche in quest’area rispetto al 2016 (0,9%). L’incremento è stato quindi inferiore di 0,1 punti a quello rilevato nel resto del Paese in entrambi gli anni (abbiamo rivisto al ribasso la stima del 2016, sulla base della disponibilità dei dati definitivi delle indagini ISTAT). Questo non significa, d’altronde, che l’economia meridionale ancora non soffra degli effetti della crisi. Dopo sette anni di recessione interrotta (2008- 2014), l’economia delle regioni meridionali, malgrado un triennio di crescita consolidata, sconta un forte ritardo non solo dal resto dell’Europa ma anche dal resto del Paese: il prodotto è ancora inferiore del 10% rispetto al 2007, un recupero inferiore a oltre la metà di quello registrato nel Centro-Nord (-4,1%). La tenuta della ripresa nel Mezzogiorno con ritmi comparabili a quelli del resto del Paese, a fronte di una crescita trainata prevalentemente dalla domanda estera, è comunque un risultato per molti versi inaspettato. La dinamica del prodotto ha risentito nel 2017 di alcuni fattori che hanno agito sia dal lato dell’offerta che della domanda, consentendo all’area di mantenere lo stesso passo della ripresa nel resto del paese. In primo luogo, per quanto riguarda la domanda, e in particolare quella estera, i dati dei conti nazionali mostrano per il Mezzogiorno un aumento del 9,8% delle esportazioni a prezzi correnti, rispetto al 7,1% registrato per il resto del Paese. Questo risultato segnala la capacità del Sud di rispondere alla domanda internazionale, che può derivare dall’aumentata competitività delle imprese rimaste nei mercati. È necessario tenere conto, però, che questo aumento deriva anche dall’incremento particolarmente elevato delle esportazioni di prodotti petroliferi raffinati e coke in Sicilia (43,2%) e in Sardegna (29,6%): al netto di tale settore, la crescita è stata minore (4,3%), circa due punti in meno di quella registrata nel resto del Paese.

 

 

Tab. 2. Variazioni annue e cumulate % del valore aggiunto per settore e ripartizione (a)
2008- 2014 2015 2016 2017 2015- 2017 2008- 2017
mezzogiorno
Agricoltura, silv. e pesca 11,7 7,5 -3,2 -2 2 -9,9
Industria -33,8 4,5 1,4 3,3 9,6 -27,5
In senso stretto -32,4 4,5 2,2 4,1 11,1 -24,9
Ind. Manifatturiera -33 5,4 0,9 5,8 12,4 -24,7
Ind. non manifatturiera -30,6 1,9 6,24 -0,7 7,5 -25,4
Costruzioni -36,6 4,7 -0,4 1,7 6,1 -32,8
Servizi -6,4 0,5 0,7 1 2,2 -4,4
Totale economia -13,2 1,5 0,8 1,4 3,7 -10
Centro-Nord
Agricoltura, silv. e pesca 5,2 2,7 2,7 -6 -0,8 4,3
Industria -16,5 0 1,2 1,5 2,8 -14,2
In senso stretto -12,6 0,6 1,5 1,8 3,8 -9,3
Ind. Manifatturiera -12,4 2,4 1,2 1,6 5,4 -7,7
Ind. non manifatturiera -14,4 -12,8 3,4 3,1 -7,1 -20,4
Costruzioni -30,3 -2,6 0,2 0,5 -2 -31,7
Servizi -2,3 1 0,6 1,6 3,2 0,9
Totale economia -7,1 0,8 0,9 1,5 3,3 -4,1
 

 

 

 

 

 

Un ulteriore fattore di riequilibrio territoriale della crescita ha riguardato il permanere di una situazione di crisi geopolitica nell’area del Mediterraneo che, continuando a dirottare parte del flusso turistico verso il Sud d’Italia, ha sostenuto un aumento del valore aggiunto nel settore che comprende i servizi turistici e di trasporto del 3,4% nel Mezzogiorno, del 2,7% nel resto del Paese: il numero di viaggiatori stranieri nel Mezzogiorno è del resto aumentato del 7,5% nel 2017, rispetto al 6% medio in Italia, con un aumento della spesa turistica del 18,7%, molto superiore di quello medio italiano (7,7%). La ripresa della crescita indica insomma alcuni elementi positivi nell’economia meridionale, che ne mostrano una resilienza alla crisi, che pure non è stata omogenea in tutti i comparti dell’economia del Mezzogiorno. A questo riguardo desta particolare sollievo, come notato, il recupero del settore industriale meridionale, manifatturiero in particolare, che tuttavia presenta difficoltà di competitività strutturali, in particolare di dimensione e composizione settoriale. L’industria manifatturiera del Mezzogiorno, già poco presente nell’economia del Sud e reduce da un decennio di difficoltà dovute al maggiore impatto della globalizzazione sulle proprie produzioni, si è contratta cumulativamente nel periodo della crisi (2008-2017) del -24,7% in termini di prodotto, a fronte della flessione molto inferiore (-7,7%) registrata nel resto del Paese. Il recupero nello scorso triennio è in parte da legare al frutto del tipico “haircut” nelle fasi negative del ciclo, che ha estromesso dal mercato le imprese inefficienti e ha lasciato spazio a quelle più efficienti e produttive. D’altronde, la profondità della crisi è stata tale che ha avuto anche effetti strutturali più profondi, espellendo dal mercato anche imprese sane ma non attrezzate a superare una crisi così lunga e impegnativa. Il peso relativo di queste due componenti della crisi, ovvero di quella “sana” e quella invece “critica” non può che essere valutato empiricamente. Il risultato del triennio 2015-2017 appare comunque positivo: l’industria manifatturiera meridionale è cresciuta cumulativamente di oltre il 12,4%, con una dinamica più che doppia di quella registrata nel resto del Paese (5,4%). L’apparato produttivo rimasto al Sud sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l’andamento delle esportazioni. Tuttavia, permane il rischio che, in carenza di politiche che sostengano adeguatamente l’apparato produttivo e ne favoriscano l’espansione, questo non riesca, per le sue dimensioni ormai ridotte, a garantire né l’accelerazione né il proseguimento di un ritmo di crescita peraltro insufficiente.

  1. Puntare sul consolidamento della domanda interna. Consumi ancora deboli, investimenti privati in ripresa, manca il contributo della spesa pubblica

La crescita del prodotto è stata sostenuta nel Mezzogiorno non solo dalla domanda estera ma anche dall’aumento degli investimenti, che hanno consolidato la ripresa dell’anno precedente, e da un incremento, sia pure più contenuto dell’anno precedente, dei consumi. I consumi finali interni nel 2017 (Tab. 3) sono cresciuti nel Mezzogiorno dello 0,8%, mantenendo sostanzialmente lo stesso moderato ritmo di crescita dell’anno precedente (0,9%). Una ripresa ancora troppo debole, del tutto insufficiente a colmare il crollo della crisi, e che allarga la forbice con il Centro-Nord, dove l’aumento registrato è stato ben maggiore (1,3%, costante rispetto al 2016). La differenza tra le due aree è dovuta sia alla componente privata, sia a quella pubblica: quest’ultima è aumentata moderatamente nel Centro-Nord (0,3%) mentre è diminuita al Sud (-0,2%), con una dinamica negativa legata probabilmente al proseguimento dell’austerità, con effetti asimmetrici sul piano territoriale e una maggiore contrazione delle spese correnti della Pubblica Amministrazione meridionale. I consumi delle famiglie sono aumentati nel 2017 nel Mezzogiorno dell’1,2%, lo stesso valore del 2016, poco più nel resto del Paese (1,5%, lo stesso incremento registrato l’anno precedente). Sebbene nel Mezzogiorno l’andamento del prodotto e dell’occupazione sia stato simile a quello del Centro-Nord, i consumi delle famiglie risultano comunque “frenati”. Questo può essere determinato in parte dalla necessità di ricostituire le scorte monetarie, prosciugate negli anni di crisi, ma anche da attese ancora non completamente positive sulla fase di ripresa. L’atteggiamento delle famiglie viene evidenziato dall’analisi di alcune categorie di spesa, segnalando il permanere di incertezze e difficoltà sulle capacità di spesa anche future: nel Mezzogiorno la spesa alimentare rimane stagnante (0%), mentre cresce moderatamente nel Centro-Nord (0,2%); la spesa per abitazioni aumenta al Sud dell’1,3% (dell’1,5% nel resto del Paese). Nel complesso del periodo 2007-2017 il calo cumulato dei consumi delle famiglie è stato al Sud pari al -9,7%, mentre il Centro-Nord si è riportato sui livelli del 2007.

Tab. 3. Tassi annui e cumulati di variazione % dei consumi finali interni (a)
Categorie 2008- 2014 2015 2016 2017 2015- 2017 2008-2017
Mezzogiorno
Spese per consumi finali famiglie -13,1 1,5 1,2 1,2 3,9 -9,7
Alimentari, bevande e tabacco -15,2 0,8 0,8 0 1,7 -13,8
Vestiario e calzature -14,6 1 -0,1 0,1 1,1 -13,6
Abitazioni e spese connesse -4,4 0,7 0,6 1,3 2,7 -1,8
Altri beni e servizi -17,3 2,4 2 2,1 6,7 -11,8
Spese per consumi finali AAPP e ISP -6,4 -1 0,4 -0,2 -0,8 -7,1
Totale -11,1 0,7 0,9 0,8 2,5 -8,9
Centro-Nord
Spese per consumi finali famiglie -5,2 2,3 1,5 1,5 5,4 0
Alimentari, bevande e tabacco -10,3 1 0,6 0,2 1,8 -8,6
Vestiario e calzature -3,6 2,1 0,8 0,1 3 -0,7
Abitazioni e spese connesse 3,7 1,8 1,2 1,5 4,5 0,7
Altri beni e servizi -4,6 3,1 2,1 2,2 7,7 2,7
Spese per consumi finali AAPP e ISP 0 -0,4 0,7 0,3 0,6 0,5
Totale -4,1 1,7 1,3 1,3 4,4 0,1

 

Calcolati su valori concatenati – anno di riferimento 2010.

Fonte: Elaborazioni SVIMEZ su dati ISTAT e stime SVIMEZ.

 

 

 

 

 

 

 

Questa prudenza nella spesa privata del Mezzogiorno riflette il pesante impatto della peggiore crisi dal dopoguerra, rispecchiato nell’ampia caduta dei redditi e dell’occupazione, che ha provocato una netta riduzione dei consumi delle famiglie meridionali. Tale differenza è stata acuita dalla contrazione della spesa pubblica, cumulativamente pari al -7,1% nel Mezzogiorno, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese. Date le differenze nella crescita dei consumi, pur in presenza di una minore dinamica della popolazione, il Mezzogiorno ha mostrato dall’inizio della crisi un allargamento del gap in termini di consumo pro capite rispetto al resto del Paese: nel 2017 i consumi pro capite delle famiglie del Mezzogiorno sono risultati pari solo al 67,4% di quelli del Centro-Nord, erano il 71,2% nel 2007. Se si osserva l’andamento dei consumi interni in un periodo più lungo, considerando dall’inizio del secolo, si nota come la loro crescita media per anno sia stata nel Mezzogiorno addirittura negativa (-0,3%), mentre è aumentata modestamente nel Centro-Nord (0,4%). Anche l’andamento della spesa della Pubblica Amministrazione, ben più elevato nel Centro-Nord (0,6% in media d’anno), fa registrare al Sud un calo (-0,1%) di lungo periodo.


 

 

 

 

 

Il miglioramento del clima di fiducia degli imprenditori e le favorevoli condizioni sul mercato del credito, unito alle aspettative positive sulla domanda internazionale, hanno sospinto gli investimenti anche nel Mezzogiorno, che sono cresciuti del 3,9%, più che confermando l’aumento del 2016 (+2%, e del 2015, +4,5%), che veniva dopo sette anni di variazioni negative. L’incremento è stato lievemente superiore a quello del Centro-Nord (+3,7%, rispetto al 3,6% dell’anno precedente), dove il calo era stato nel tempo inferiore. Infatti, sebbene la contrazione del processo di accumulazione durante la crisi sia stata profonda in entrambe le parti del Paese, l’intensità della flessione è stata notevolmente maggiore al Sud: rispetto ai livelli pre crisi, gli investimenti fissi lordi sono nel Mezzogiorno cumulativamente inferiori del -31,6%, una flessione ben maggiore rispetto a quella del Centro-Nord (- 20%). A differenza del 2016, la crescita degli investimenti al Sud ha riguardato in maniera sensibile tutti i settori dell’economia: è stata particolarmente elevata nel settore delle costruzioni (+14,9%), quasi raddoppiando il già buon risultato del 2016 (+8,4%), in linea con la positiva evoluzione del prodotto, benché nell’anno risultino diminuiti sia il valore della produzione di opere pubbliche (-2,6%) sia il valore dei bandi per opere pubbliche (-6,3%). La crescita degli investimenti è stata elevata anche nell’industria in senso stretto (+7,5%), lievemente superiore al 2016 (7,0%), favorita dai buoni risultati produttivi con un recupero che appare in accelerazione, dopo la profonda caduta dell’ultimo decennio. Un aumento positivo ma moderato è stato registrato complessivamente nel settore dei servizi (+2,7%) e in quello agricolo (+1,8%). Tuttavia, il recupero dei livelli pre crisi appare assai distante: nel Mezzogiorno, per il settore dell’industria in senso stretto gli investimenti nel periodo 2007-2017 si sono ridotti di oltre un quarto in termini cumulati (-26,1%), a differenza del Centro-Nord, dove il calo, pure ampio, è stato assai minore (-15,2%). Dopo il massiccio disinvestimento avvenuto al Sud con la crisi, i buoni risultati del triennio 2015-2017 fanno supporre che sia rimasto attivo e competitivo un nucleo industriale, anche nel settore manifatturiero, e che, se adeguatamente sostenuto, sia in grado superare le conseguenze di questa fase di prolungato disinvestimento. La ripresa degli investimenti privati, in particolare negli ultimi due anni, ha più che compensato il crollo degli investimenti pubblici, che si situano su un livello strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo.

  1. La forte disomogeneità della ripresa nelle regioni italiane e meridionali

 

Il triennio di ripresa 2015-2017 conferma che la recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni italiane, e tuttavia gli andamenti sono alquanto differenziati: mostrando, in un quadro di crescita sostanzialmente omogeneo in tutto il Paese, elementi di difficoltà che dalle regioni meridionali si estendono soprattutto a quelle centrali, e in particolare Umbria e Marche (le uniche che negli ultimi due anni fanno registrare una flessione dell’economia). Il grado di disomogeneità, sul piano regionale e settoriale, è estremamente elevato anche nel Mezzogiorno (Tab. 5). Nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania sono le regioni meridionali che fanno registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8%. Si tratta di variazioni del PIL comunque più contenute rispetto alle regioni del Centro-Nord, se confrontate al +2,6% della Valle d’Aosta, al +2,5% del Trentino Alto Adige, al +2,2% della Lombardia. In Calabria (Tab. 6), la regione che l’anno scorso ha fatto segnare la più significativa accelerazione della crescita, nel periodo 2015-2017 sono state soprattutto le costruzioni a trainare la ripresa (+12% nel triennio), grazie anche alle opere pubbliche realizzate con i Fondi europei, seguite dall’agricoltura (+7,9%) e dall’industria in senso stretto (+6,9%). Molto più modesto nell’ultimo triennio l’andamento dei servizi (+2,9%) La Sardegna, uscita con qualche incertezza dalla fase recessiva rispetto al resto delle regioni meridionali, dopo l’andamento negativo del prodotto nel 2016 (- 0,6%), ha fatto registrare nel 2017 un significativo +1,9%. Nel triennio 2015-2017 è stata soprattutto l’industria in senso stretto a marcare un andamento decisamente positivo (+12,9%), mentre le costruzioni si attestano su un +3,1% e i servizi su +3%. Va, invece, decisamente male l’agricoltura, che segna -4,2% nel triennio. In Campania, dopo la revisione dell’andamento del PIL del 2016 (che scende da +2,4% a +1,5%), il 2017 è stato un anno in cui il prodotto lordo ha continuato a crescere dell’1,8%, confermando nel triennio di ripresa un importante dinamismo. Nella regione sono andate molto bene le costruzioni (+16,5% nel 2015-2017), spinte dalle infrastrutture finanziate con i Fondi europei, ma anche l’industria in senso stretto prosegue la sua corsa (+8,9% negli ultimi tre anni), grazie soprattutto alla spinta dei Contratti di Sviluppo, gran parte dei quali ha riguardato proprio la Campania. I servizi fanno segnare nel triennio un più modesto +3,7%, per merito in particolare del turismo. Mentre l’agricoltura va in controtendenza e accusa una flessione tra 2015 e 2017 pari a -1,3%

 

Tab. 5. Variazione del PIL nelle regioni italiane nel periodo 2001-2017 (tassi medi annui di variazione %) (a)

 

Regioni e ripartizioni           2001-

m.a

2007

cum

          2008-

m.a.

2014

cum

2015 2016

m.a.

2017
Piemonte 1,1 7,9 -1,7 -11,3 1,1 1,5 1,3
Valle d’Aosta 1,0 7,3 -1,7 -11,2 -1,1 -0,8 2,6
Lombardia 1,3 9,5 -0,5 -3,3 1,3 1,1 2,2
Trentino Alto Adige 1,0 7,5 0,5 3,5 0,8 2,3 2,5
Veneto 1,3 9,2 -1,2 -8,3 1,3 1,3 1,6
Friuli Venezia Giulia 0,9 6,7 -1,6 -10,7 1,9 0,4 1,0
Liguria 0,7 4,9 -1,8 -12,2 -0,1 0,9 1,8
Emilia-Romagna 1,4 10,3 -0,8 -5,6 0,8 1,6 1,1
Toscana 1,1 8,1 -1,0 -6,7 0,5 1,2 0,9
Umbria 0,8 6,1 -2,6 -17,1 2,6 -0,7 -1,0
Marche 1,7 12,3 -1,7 -11,3 -0,6 -0,7 -0,2
Lazio 2,0 14,9 -1,4 -9,3 -0,3 -0,4 1,6
Abruzzo 0,6 4,2 -1,1 -7,2 0,3 0,2 1,2
Molise 0,7 5,0 -3,4 -21,5 1,3 1,1 -0,1
Campania 0,8 5,4 -2,3 -15,2 1,7 1,5 1,8
Puglia 0,3 2,1 -1,6 -10,7 1,0 0,2 1,6
Basilicata -0,1 -0,5 -1,6 -10,6 8,9 1,3 0,7
Calabria 0,5 3,6 -2,2 -14,1 1,2 0,8 2,0
Sicilia 0,8 5,9 -2,3 -15,0 0,9 1,0 0,4
Sardegna 0,9 6,7 -1,7 -11,4 2,3 -0,6 1,9
Mezzogiorno 0,6 4,5 -2,0 -13,2 1,5 0,8 1,4
Centro – Nord 1,3 9,7 -1,1 -7,2 0,8 0,9 1,5
Nord-Ovest 1,2 8,7 -0,9 -6,3 1,1 1,1 2,0
– Nord-Est 1,3 9,2 -0,9 -6,4 1,1 1,4 1,5
– Centro 1,6 11,9 -1,4 -9,3 0,1 0,0 1,0
Italia 1,2 8,5 -1,3 -8,6 1,0 0,9 1,5

 

La Puglia, che nel 2016 aveva molto frenato (+0,2%) rispetto al positivo andamento del 2015 (+1%), rialza la testa e il PIL regionale nel 2017 si attesta a +1,6%. Merito, in particolare, dell’industria delle costruzioni, anche in questo caso trainata dalla spesa dei Fondi europei per le opere pubbliche (+11,5%), ma anche da un’intonazione positiva dell’industria in senso stretto (+9,4%). L’agricoltura pugliese, pur con i problemi che ha vissuto e che continua ad avere, fa registrare una performance positiva (+4% nel triennio) mentre sono sostanzialmente stazionari i servizi, che registrano un modesto +0,7%. L’Abruzzo rialza la testa, nel 2017, con un PIL che cresce dell’1,2%: aveva fatto registrate appena +0,3% nel 2015 e +0,2% nel 2016. La ripresa è dovuta soprattutto all’agricoltura (+9% nel triennio), e in parte anche all’industria in senso stretto (+3,8%). I servizi segnano un più modesto incremento del +2%, mentre le costruzioni, in controtendenza rispetto al resto del Sud, vanno male: la loro performance tra il 2015 e il 2017 è negativa, -14,5%. La Basilicata si attesta su un incremento del PIL modesto, +0,7% nel 2017, dopo la forte accelerazione della crescita negli anni scorsi: addirittura +8,9% nel 2015, +1,3% nel 2016. Va notato che l’industria lucana è in forte ripresa già dal 2014 e continua a trainare l’economia regionale, sia pure con intensità diverse, nel triennio, al termine del quale registra una performance molto positiva (+47% nel 2015-2017). Nel periodo, vanno bene anche le costruzioni (+18,3%) mentre sia i servizi (-1,3% nel triennio) che l’agricoltura (-1,2%) appaiono in controtendenza rispetto al resto dell’economia meridionale.

Regioni e ripartizioni Agricoltura

2008-2014

Industria s.s. 2008-2014 Costruzioni

2008-2014

Servizi

2008-2014

Totale economia
Abruzzo 3,3 -18,9 -15,7 – 1,0 -6,2
Molise 8,8 -43,3 -32,6 -16,2 -20,9
Campania -15,1 -31,8 -38,2 -8,9 -14,4
Basilicata -10,5 -14,8 -23,4 -7,3 -10,6
Calabria -17,1 -37,1 -37,3 -7,6 -13,0
Sicilia -15,4 -45,9 -42,8 -7,2 -14,3
Sardegna -5,8 -46,7 -39,9 -0,7 -10,6
Mezzogiorno -11,7 -32,4 -36,6 -6,4 -12,5
Centro-Nord 5,2 -12,6 -30,3 -2,3 -6,2
– Nord-Ovest 6,9 -13,6 -26,4 -0,8 -5,3
-Nord-Est 14,1 -8,8 -34,9 -1,7 -5,3
-Centro -9,6 -16,5 -30,7 -4,9 -8,4
Italia -1,8 -15,9 -32,0 -3,3 -7,7
           
           

 

 

Regioni e ripartizioni Agricoltura

2015-2017

Industria s.s. 2015-2017 Costruzioni

2015-2017

Servizi

2015-2017

Totale economia
Abruzzo 9,0 3,8 -14,5 2,0 1,5
Molise 0,4 -7,4 26,4 1,5 2,0
Campania -1,3 8,9 16,5 3,7 4,8
Basilicata -1,2 47,0 18,3 -1,3 10,9
Calabria 7,9 6,9 12,0 2,9 3,9
Sicilia 2,0 14,1 -6,3 1,6 2,2
Sardegna -4,2 12,9 3,1 3,0 3,4
Mezzogiorno 2,0 11,1 6,1 2,2 3,4
Centro-Nord -0,8 3,8 -2,0 3,2 3,1
– Nord-Ovest -0,2 4,6 -1,9 4,3 4,0
-Nord-Est 0,7 4,6 -1,1 4,0 3,8
-Centro -3,7 1,1 -3,0 1,1 0,9
Italia 0,3 4,7 0,0 3,0 3,1
           
           

(a) Calcolati su valori concatenati, anno di riferimento 2010. Fonte: Rapporto SVIMEZ 2018 sull’economia del Mezzogiorno.

 

La Sicilia, invece, fa segnare un rallentamento della crescita, +0,4% nel 2017, dopo aver registrato un aumento del PIL dell’1% nel 2016 e dello 0,9% nel 2015. Nell’Isola l’industria in senso stretto fa segnare nel triennio di ripresa una performance importante (+14,1%), anche l’agricoltura fa registrare un andamento complessivamente positivo (+2%) e così i servizi (+1,6%). A frenare l’andamento dell’economia siciliana, così come in Abruzzo, è il settore delle costruzioni che fa segnare il -6,3% nel periodo 2015-2017. L’unica regione meridionale che nel 2017 ha fatto registrare un andamento negativo del PIL è il Molise, -0,1%, che, era cresciuto dell’1,3% nel 2015 e dell’1,1% nel 2016. L’economia del Molise è stata sostenuta nel 2015-2017 dalle costruzioni (+26,4%), ma l’industria in senso stretto fa registrare una performance particolarmente negativa (-7,4%). I servizi nel triennio registrano un +1,5%, mentre langue l’agricoltura (+0,4%).

 

Malgrado il consolidamento della ripresa, i segnali di resilienza mostrati in questi anni, nella “stagione dell’incertezza” che rischia di aprirsi – in cui l’Italia fa segnare un rallentamento della crescita – il Mezzogiorno rischia una “grande frenata”. Questo è ciò che emerge dall’aggiornamento delle previsioni per il 2018- 2019 del modello econometrico della SVIMEZ. Con riferimento allo scenario internazionale, le principali ipotesi adottate sono le seguenti: i) nel biennio di previsione, il commercio mondiale dovrebbe essere interessato da un generale rallentamento, già manifestatosi nei primi mesi del 2018, in seguito alle continue tensioni emerse successivamente all’imposizione di dazi da parte dell’Amministrazione americana nei confronti di rilevanti partner commerciali, segnatamente la Cina; ii) il cambio euro/dollaro è previsto essere soggetto a fluttuazioni di entità maggiore rispetto al passato, esso comunque dovrebbe permanere sopra la parità; iii) la quotazione del petrolio e delle principali materie prime importate è probabile arrestino i rialzi osservati di recente, essenzialmente a causa dell’intonazione meno espansiva osservata a scala mondiale: i livelli raggiunti sono comunque significativamente maggiori di quelli registrati negli anni precedenti fornendo una moderata spinta all’inflazione; iv) per quanto attiene ai tassi, con particolare riguardo a quelli sul debito, lo scenario adottato è quello di un graduale aumento, in parte indotto dal rialzo già manifestatosi negli Usa, più evidente nel 2019, in concomitanza con la fine del QE: per quanto attiene lo spread, si è assunto un livello che non si discosta da quello raggiunto nei mesi scorsi, mediamente superiore ai 200 punti.

Per quanto riguarda la tassazione d’impresa, le previsioni scontano lo slittamento di un anno dell’entrata in vigore dell’Imposta sul reddito d’impresa (IRI), con l’effetto di un maggior gettito nel 2018 e di una riduzione negli anni successivi, e la proroga degli incentivi fiscali sugli ammortamenti, i cui effetti si localizzano per circa il 90% nel Centro-Nord.

Tab. 7. Previsioni per alcune variabili macroeconomiche, circoscrizioni e Italia (a), variazioni % s.d.i.

 

                            Mezzogiorno                                 Centro Nord                    Italia
Variabili macroeconomiche 2017 2018 2019 2017 2018 2019 2017 2018 2019
PIL 1,4 1 0,7 1,5 1,4 1,2 1,5 1,3 1,1
Consumi totali 0,8 0,5 0,3 1,3 1,2 1 1,1 1 0,8
Consumi delle famiglie sul territorio 1,2 0,9 0,7 1,5 1,4 1,3 1,5 1,3 1,2
Spesa delle Amministrazioni pubbliche -0,2 -0,3 -0,6 0,3 0,5 0 0,1 0,2 -0,2
Esportazione di beni (b) 4,5 3,8 2,9 7 4 3,4 6,7 4 3,4
Investimenti totali 3,9 3,1 1,8 3,7 4,2 2 3,8 4 2
Investimenti in macchine, attrezzature, mezzi di trasporto 7 5,3 2,1 5,9 7 2,7 6,1 6,3 2,5
Investimenti in costruzioni 1,9 1,4 1,5 0,8 0,5 1 1,1 0,8 1,2
Occupazione totale (unità di lavoro) 1,1 0,6 0,4 1,1 0,5 0,5 1,1 0,5 0,4
Indebitamento netto (in % del PIL) 2,3 1,7 1,9

 

L’insieme di questi elementi, produce la ripresa di una divergenza regionale nell’andamento economico, dopo il triennio di ripresa in cui la performance dell’economia è stata sostanzialmente omogenea sotto il profilo territoriale.

Nel 2018, il PIL del Centro-Nord dovrebbe crescere in misura maggiore di quello delle regioni del Sud nel loro insieme (+1,4%, contro un +1,0%). Sebbene in prima battuta la diminuzione nel ritmo di crescita del commercio mondiale riguardi in misura più rilevante le regioni del Centro-Nord, caratterizzate da un grado di apertura sull’estero tre volte superiore a quello del Sud, le principali componenti della domanda interna, consumi finali e investimenti totali, dovrebbero accrescersi di più sempre nel Centro-Nord. Limitatamente alla componente di maggior peso, i consumi totali interni, pesa sulla differente dinamica territoriale (+1,2% nel Centro-Nord e + 0,5% nel Sud) la persistente divergenza nell’evoluzione dei consumi della P.A.: +0,5% nella prima circoscrizione e -0,3% nell’intero Mezzogiorno. È questo un dato che è divenuto quasi strutturale: dall’avvio della “Grande recessione”, infatti, la spesa per consumi della P.A., anche negli anni nei quali ha fatto segnare una variazione di segno uguale in entrambe le circoscrizioni, se negativa, è risultata di entità maggiore nelle regioni meridionali, nel caso opposto, è stato il Centro-Nord a far registrare gli incrementi maggiori. Nel biennio di previsione, la differente evoluzione prevista territorialmente nella spesa della P.A. non solo incide sulla dinamica del PIL determinando, ovviamente, un impulso negativo al Sud e positivo nel Centro-Nord, ma vi è un ulteriore effetto, sfavorevole al Sud, dovuto al differente peso rivestito da questa variabile nelle due macro-aree. Il valore del moltiplicatore d’impatto dei consumi collettivi del Sud è infatti significativamente maggiore che nel resto del Paese. Precisamente, un euro di minore spesa da parte della P.A. nelle regioni meridionali induce una perdita di PIL, nella stessa area, pari a 0,84 centesimi; nelle regioni centro-settentrionali a fronte di una variazione della medesima entità nei consumi collettivi la perdita di PIL sarebbe pari grosso modo alla metà (44 centesimi).

Con riferimento ai consumi delle famiglie (+0,9% nel Sud e +1,4% nel Centro-Nord) la dinamica meno accentuata al Sud si deve ad una crescita dell’occupazione (+0,6%) che pur restando positiva è ben inferiore a quella registrata nel 2017 (+1,1%). Nel Mezzogiorno, poi, l’occupazione si caratterizza per una “qualità” comparativamente inferiore: la crescita del reddito disponibile è quindi fortemente determinata dalla crescita dei margini estensivi (numero di persone che in qualsiasi forma contrattuale hanno un impiego) piuttosto che da quelli intensivi (livello delle retribuzioni per dipendente positivamente associato a forme contrattuali e impieghi migliori).

Sempre nel 2018, l’altra componente della domanda interna, gli investimenti totali, dovrebbe essere interessata da un’evoluzione maggiore nel Centro-Nord (+4,2%) e di entità inferiore ma comunque significativa nel Sud (+3,1%). In parte è questo l’effetto di trascinamento del “Piano nazionale Industria 4.0” avviato nel 2017. Piano che, va ricordato, riguarda con intensità nettamente maggiore le regioni del Centro-Nord, il cui sistema produttivo, secondo stime effettuate dalla SVIMEZ, dovrebbe assorbire circa il 90% delle risorse complessivamente previste. Ad ogni modo, la variazione prevista per il Sud nel 2018 (+3,1%) è di per sé apprezzabile e segna una netta inversione di tendenza con il forte disinvestimento che vi è stato in molti degli anni precedenti.

È nel 2019 che si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale. Per l’anno prossimo, si è ipotizzato che prosegua il rallentamento del commercio mondiale; oltre a ciò, i tassi, sia quelli sul debito pubblico che quelli praticati sui prestiti alle famiglie e imprese, dovrebbero progressivamente aumentare. Nell’insieme, questi fattori inducono un rallentamento nel ritmo di crescita del prodotto: +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud. Anche nel 2019 una parte significativa della differenza nell’evoluzione del prodotto tra le due aree è riconducibile alla dinamica dei consumi totali: +1% al Centro-Nord e +0,3% al Sud. Nel 2019 la variazione congiunturale del PIL meridionale sarebbe dunque pari alla metà di quella registrata nel 2017: una “grande frenata”. Va tuttavia ricordato che lo scenario previsivo qui adottato è, per quanto attiene la finanza pubblica, a “legislazione vigente”, e che dunque, specie per quanto attiene al DEF, non presenta linee di intervento programmatiche ma solo tendenziali. Il rallentamento dell’economia meridionale nel 2019 avverrebbe, quindi, in un contesto di neutralità della policy. Ciò testimonia, da un lato, come l’economia del Sud, o meglio alcune sue parti, siano comunque in grado di intercettare fette della domanda interna e estera generando reddito e occupazione. Dall’altro, l’entità della crescita permane bassa nell’ottica di un significativo recupero dell’area, che necessita di specifiche policy per produrre risultati significativi.

 

 

 

Effetti sul PIL nell’ipotesi di una spesa aggiuntiva di 4,5 miliardi di euro in investimenti pubblici nel 2019

Mezzogiorno Centro-Nord Italia
0,8 0,1 0,2

 

 

 

A riguardo, il caso degli investimenti pubblici è illuminante. È oramai riconosciuto, e al centro del dibattito di politica economica, il ruolo strategico rivestito dagli investimenti e il progressivo décalage della spesa pubblica, specialmente dall’avvio della crisi. In base alle nostre stime, nel 2019 il livello degli investimenti pubblici al Sud, pur in lieve aumento rispetto al 2017, dovrebbe essere inferiore di circa 4,5 miliardi di euro se raffrontato al picco toccato nel 2010. Ora, solo per offrire un termine di paragone, nell’ipotesi in cui nel 2019 fosse possibile recuperare per intero questo gap, favorendo in misura maggiore gli investimenti infrastrutturali di cui il Sud ha maggiormente bisogno, ciò darebbe luogo a una crescita aggiuntiva, rispetto a quella prevista (+0,7%), di circa un punto percentuale. Il differenziale di crescita tra le due macro-aree verrebbe completamente ad annullarsi: anzi, sarebbe il Mezzogiorno a crescere di più. Inoltre, sarebbe limitato, ma comunque apprezzabile, anche l’effetto aggiuntivo sull’intero PIL nazionale, che verrebbe a commisurarsi in due decimi di punto. Questo semplice esercizio conferma, in primo luogo, come il Sud sia “reattivo” alle policy, o meglio ancora come queste siano in grado di irrobustire la crescita, di per sé modesta, espressa dal sistema produttivo meridionale. Inoltre, le risorse destinate agli investimenti al Sud danno origine a feed-back positivi che si propagano all’intero Paese. In definitiva, il ruolo spesso evocato nel dibattito di politica economica su efficacia e rilevanza degli investimenti pubblici quale volano dello sviluppo del Paese è, nel Sud, confermato con ogni evidenza.

Se frena il Sud, perde l’Italia: i benefici dell’interdipendenza tra Sud a Nord

Pare ancora raccogliere qualche consenso l’idea, affermatasi negli anni del declino, che i flussi di spesa pubblica (ritenuti per giunta eccessivi) a favore delle regioni meridionali siano il segnale di una dipendenza patologica del Mezzogiorno, che pone un freno alla area produttiva del Paese. Si tratta di una visione molto parziale della partecipazione del Sud all’economia e alla società italiane perché riconosce, tra i diversi aspetti dell’integrazione economica tra Nord e Sud, solo quelli che penalizzerebbero il primo a vantaggio del secondo. I flussi di finanza pubblica a favore del Sud non sono gli unici trasferimenti interregionali di risorse di entità apprezzabile. L’integrazione Nord-Sud, oltre che trasferimenti netti di risorse pubbliche da Nord a Sud, implica anche corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord. Il Mezzogiorno è un primario mercato di sbocco dell’industria settentrionale; il risparmio meridionale è impiegato per finanziare investimenti meno rischiosi e più redditizi nel Centro-Nord; l’emigrazione di giovani meridionali in formazione o con elevate competenze già maturate alimenta l’accumulazione di capitale umano nelle regioni settentrionali. Questa complessa rete di rapporti commerciali, produttivi e finanziari è l’ovvia conseguenza del pluridecennale processo di integrazione nazionale e genera condizionamenti reciproci, determinando andamenti fortemente correlati delle economie e delle società nelle due macroaree. Perciò, inevitabilmente, i risultati economici e il progresso sociale di ciascuna di esse dipendono dal destino dell’altra. La nozione di dipendenza del Sud andrebbe perciò più correttamente sostituita con quella di interdipendenza (mutuamente benefica) tra due territori che non sono sistemi a parte, ma aree strutturalmente diverse per diverse ragioni, e strettamente integrate e interdipendenti che, necessariamente, tendono a crescere (e arretrare) insieme. Lo mostra la Fig. 1, che illustra l’elevata correlazione tra i tassi di crescita del PIL pro capite delle due aree negli anni 2000-2016: Centro-Nord e Mezzogiorno crescono o arretrano insieme. La crescita del Mezzogiorno, al di là della rilevanza dei fattori locali, che pure hanno una loro rilevanza, è fortemente influenzata dall’andamento dell’economia nazionale, e viceversa. La crescita del Centro-Nord, al di là della sua maggiore integrazione nei mercati internazionali, è altrettanto dipendente, per diverse ragioni, dagli andamenti del Mezzogiorno. Nel periodo considerato, le due macroaree hanno condiviso la stessa dinamica stagnante del PIL pro capite: +1,1% in media annua. Negli stessi anni, nelle regioni Ue dell’obiettivo convergenza (con esclusione di quelle del Mezzogiorno) il tasso di crescita medio annuo dell’indicatore di benessere economico è stato più che triplo (+3,6%). Il PIL pro capite delle altre regioni Ue dell’obiettivo competitività (escludendo quelle italiane) è cresciuto, in media annua, di oltre il doppio (+2,3%)

 

IL MEZZOGIORNO CHE SOFFRE ANCORA. UNA CITTADINANZA “LIMITATA”: LAVORO, DISUGUAGLIANZE E DIRITTI DI CITTADINANZA

È proseguita nel 2017, sia pur con un rallentamento nella parte finale dell’anno, la crescita dell’occupazione in tutte le aree del Paese: nel Mezzogiorno aumenta di 71 mila unità (+1,2%) e di 194 mila nel Centro-Nord (+1,2%). L’intensità della crescita occupazionale appare comunque troppo debole al Sud, insufficiente a colmare il crollo dei posti lavoro avvenuto nella crisi e caratterizzata da una crescente precarietà.

Andamento degli occupati tra il 2016 e 2017 e nel primo trimestre 2018 per sesso e posizione nella professione

Totale Dipendenti Indipendenti A termine A tempo indeterminato Tempo pieno Tempo parziale di cui involontario
Media 2016 – 2017 Variazioni assolute in migliaia
Mezzogiorno 70,6 68,9 1,7 61,4 7,4 73,1 -6,4
Centro-Nord 194,5 301,6 -107,1 236,4 65,2 158,2 36,3 -41,9
Italia 265,1 370,5 -105,4 297,9 72,6 231,4 33,7 -48,3
Variazioni %
Mezzogiorno 1,2 1,5 0,1 7,5 0,2 1,5 -0,2 -0,7
Centro-Nord 1,2 2,4 -2,7 14,8 0,6 1,2 1,1 -2,3
Italia 1,2 2,1 -1,9 12,3 0,5 1,3 0,8 -1,8
I trimestre 2017-2018 Variazioni assolute in migliaia
Mezzogiorno 61,4 110,2 48,8 136,3 -26,1 55,8 5,6 27
Centro-Nord 85,7 222,6 -136,9 248,2 -25,6 149,2 -63,5 75,8
Italia 147,1 332,8 -185,7 384,6 -51,8 205 -57,9 102,8
Variazioni %
Mezzogiorno 1 2,5 -3,1 18,6 -0,7 1,1 0,5 3,1
Centro-Nord 0,5 1,7 -3,6 15,1 -0,2 1,1 -2 4,3
Italia 0,6 1,9 -3,4 16,2 -0,3 1,1 -1,3 3,9

 

 

Emerge dunque, in presenza di tassi di crescita economica ancora deboli e incerti, una domanda di lavoro concentrata soprattutto nel settore dei servizi legata a comparti quali il turismo e i servizi alla persona, non in grado di offrire percorsi di stabilizzazione professionale. I dati di fonte INPS sui tassi di trasformazione a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a tempo determinato fanno emergere, nel Mezzogiorno, una “trappola della precarietà” da cui, nonostante i maggiori incentivi, è sempre più difficile venire fuori. Nella Fig. 3 sono riportati per entrambe le circoscrizioni i tassi di trasformazione dei contratti a tempo determinato in tempo indeterminato. Emerge chiaramente come tale tasso sia sistematicamente più basso nelle regioni meridionali e in forte calo rispetto al picco del 2015, primo anno di applicazione della (generosa) decontribuzione in entrambe le ripartizioni: nel Sud la quota di contratti stabilizzata si è dimezzata dal 13,9% del 2015 al 7,3% del 2017. Se consideriamo il complesso del periodo di ripresa occupazionale 2015-2017 il tasso di trasformazione in lavoro stabile è in media parti al 9% al Sud e al 16% nel Centro-Nord. I dati relativi al primo trimestre 2018, anno in cui lo sgravio è stato ampliato nella platea dei beneficiari mostrano un nuovo significativo incremento delle stabilizzazioni.

Tasso di trasformazione dei contratti a termine in tempo determinato
2014 2015 2016 2017 1° trimeste 2018
Mezzogiorno 8,3 13,9 8,3 7,3 7,8
centro Nord 14,8 25,5 14,9 9,4 17,5
Italia 13,1 22,3 13,1 8,9 15,5

Fonte: Elaborazioni SVIMEZ su dati INPS.

Questi segnali contraddittori dimostrano che le misure di decontribuzione hanno un effetto significativo solo se certe nel tempo: pertanto, a misure temporanee, per quanto forti, risultano preferibili percorsi graduali ma stabili di riduzione del c.d. cuneo fiscale per i nuovi assunti nel Mezzogiorno. Solo in un quadro di certezza normativa e temporale si può prevedere da parte delle imprese interventi sul fronte degli investimenti in capitale umano e innovazione: i soli in grado di rafforzare e qualificare in maniera strutturale la domanda di lavoro delle imprese meridionali. I questi anni è avvenuta soprattutto una profonda ridefinizione della struttura occupazionale a sfavore delle componenti giovanili che, non solo per effetti strettamente demografici, mostra un preoccupante invecchiamento della forza lavoro occupata.

Analizzando i dati sull’occupazione emerge che il dato più eclatante è proprio il formarsi e il consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale. Il saldo negativo di 311 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud, è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-580 mila), di una contrazione di 210 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+479 mila unità). La crisi dunque ci restituisce un mercato del lavoro in cui i lavoratori giovani che rappresentavano il 30% del totale degli occupati nel 2007 dopo dieci anni sono appena il 22%, mentre, per converso, gli ultra cinquantenni sono passati nello stesso periodo dal 13% del 2007 al 22% nel 2017. L’allungamento dei termini di pensionamento (Legge Fornero), il blocco del turnover nel pubblico impiego, insieme all’indebolimento del sistema formativo e di orientamento professionale e all’assenza di un sistema adeguato di servizi per l’impiego, sono tutti fattori che hanno spinto nella direzione di un ampliamento del divario generazionale. Occorre considerare con grande preoccupazione gli effetti sociali ed economici (anche per il bagaglio di competenze innovative e digitali che le nuove generazioni potrebbero apportare al sistema produttivo) di una frattura sempre più marcata tra giovani (di età sempre più avanzata) ai margini del mercato del lavoro, esclusi o precari, e lavoratori a fine carriera (peraltro appartenenti a coorti demografiche molto numerose), indotti a ritardare sempre più l’uscita verso il pensionamento. La cruda fotografia di queste dinamiche, al netto degli effetti demografici, è rappresentata dal tasso di occupazione (Tab. 10) dei 15-34enni che è sprofondato dal 35,8% del 2008 al 28,5% del 2017: solo poco più di un giovane su quattro è al lavoro.

 

 

 

Tab. 10. Andamento dei tassi di occupazione dal 2008 al 2016 per grandi classi d’età ed area geografica

 

  1. L’ampliamento del disagio sociale, tra famiglie in povertà assoluta e lavoratori poveri

La lunga crisi economica che ha colpito il Paese ha dunque lasciato nel Sud ferite profonde, in termini di reddito e di occupazione, con l’aggravante di un’ulteriore ampliamento delle disuguaglianze interne. Nel Mezzogiorno si delinea una netta cesura tra dinamica economica che, seppur in rallentamento, ha ripreso dopo la crisi evidenziando un tessuto di imprese (sempre più piccolo) che sta cogliendo le sfide competitive internazionali, e una dinamica sociale che tende ad escludere una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro, ampliando le sacche di povertà e di disagio a nuove fasce della popolazione

Tab. 11. Famiglie con tutti componenti in cerca di occupazione (migliaia di unità)
2010 2016 2017
Mezzogiorno 362 587 600
Centro-Nord 348 498 470
Italia 710 1.085 1.070

Un dato che deve far riflettere è quello relativo al numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione (Tab. 11): tali famiglie sono raddoppiate tra il 2010 e il 2018 passando da 362 mila a 600 mila (nel CentroNord sono 470 mila). Va sottolineato come il numero di famiglie senza alcun occupato sia cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche.

 

 

Tab. 13. Incidenza % delle famiglie in povertà per condizione professionale del capofamiglia

Fonte: Elaborazioni SVIMEZ su dati ISTAT.

In sintesi, il quadro occupazionale e i principali indicatori sociali fanno emergere come l’esclusione di una crescente quota della popolazione dai processi di modernizzazione, diffusa in tutto il Paese, possa generare, in aree strutturalmente caratterizzate da bassi livelli di occupazione e da più diffuse sacche di marginalità, un senso di isolamento e di insoddisfazione che le tradizionali ricette delle politiche di sviluppo non riescono a soddisfare.

 

Il nuovo dualismo demografico: più morti che nati, meno giovani, meno Sud

Nuovi dualismi, forse i più rilevanti, si registrano a livello demografico. Il Nord e il Sud del Paese sono investiti da una profonda rivoluzione demografica che, oltre il complessivo declino, sta ridisegnando la struttura della popolazione, con una evidente perdita di peso e di ruolo del Sud e delle giovani generazioni. Nel 2017 la popolazione italiana ammonta a 60 milioni e 589 mila unità (Tab. 14), in ulteriore calo di quasi 106 mila unità dopo le riduzioni del 2016 (-76 mila unità) e nel 2015 (-130mila unità). È come se sparisse da un anno all’altro una città italiana di medie dimensioni. La popolazione diminuisce malgrado aumentino gli stranieri: nel 2017 il calo è stato di 203 mila unità a fronte di un aumento di 97 mila stranieri residenti. Il peso demografico del Sud continua lentamente a diminuire ed è ora pari al 34,3%, due punti percentuali in meno dall’inizio del nuovo millennio, anche per una minore incidenza degli stranieri (nel 2017 nel Centro-Nord risiedono 4.272 mila stranieri rispetto agli 872 mila stranieri nel Mezzogiorno). L’Italia è, fra i paesi europei a più ampia base demografica, quello che ha subìto le più intense oscillazioni del numero delle nascite (Tab. 15): dal milione e 61 mila unità del 1964 agli odierni 458 mila. Velocissima e molto intensa è stata dunque la caduta nel corso del cinquantennio: nei primi anni Settanta l’Italia era ancora tra i paesi a più elevato numero di nascite ora è tra quelli che ne hanno di meno. La natalità soccombe di fronte alla mortalità, una dinamica dagli esiti non scontati ma certamente non incoraggianti per il futuro del nostro Paese e soprattutto della sua parte più debole: il Mezzogiorno.

Tab. 14. Popolazione al 2017 e previsioni demografiche al 2065

Regioni e ripartizioni Popolazione ad inizio anno 2017 Saldo naturale Saldo migratorio Saldo totale Popolazione ad inizio anno 2065 IDSO 2017 IDSO 2065
Abruzzo 1.322.247 -411.908 178.190 -233.718 1.088.529 99 146
Molise 310.449 -125.337 51.634 -73.703 236.746 107 161
Campania 5.839.084 -1.398.183 -18.441 -1.416.624 4.422.460 118 190
Puglia 4.063.888 -1.101.812 51.750 -1.050.062 3.013.826 120 195
Basilicata 570.365 -194.990 28.295 -166.695 403.670 107 187
Calabria 1.965.128 -549.767 81.725 -468.042 1.497.086 129 191
Sicilia 5.056.641 -1.212.974 70.336 -1.142.638 3.914.003 131 193
Sardegna 1.653.135 -663.416 192.055 -471.361 1.181.774 103 180
Mezzogiorno 20.780.937 -5.658.382 635.539 -5.022.843 15.758.094 119 189
Centro-Nord 39.808.508 -9.182.735 7.702.795 -1.479.940 38.328.568 88 122
Italia 60.589.445 -14.841.120 8.338.337 -6.502.783 54.086.662 96 141

Le previsioni dell’ISTAT delineano un percorso di forte riduzione della popolazione nei prossimi cinquanta anni, con una manifestazione più intensa nel Sud (-5 milioni) che nel resto del Paese (-1,5 milioni). Nel Mezzogiorno sono infatti più deboli le fonti di alimentazione della crescita della popolazione: sempre meno nati e debole contributo delle immigrazioni. Tutto ciò farà del Sud l’area più vecchia d’Italia e tra le più vecchie d’Europa: ci si attende che l’età media passi dagli attuali 43,3 anni (più bassa di quella registrata nel Centro-Nord) ai 51,6 anni nel 2065, ciò inevitabilmente riduce la popolazione in età da lavoro compromettendo le potenzialità di crescita del sistema economico.

Nelle dinamiche territoriali un ruolo di assoluto rilievo è svolto dalle migrazioni interne e da quelle dall’estero che contribuiranno a ridisegnare la distribuzione spaziale della popolazione a vantaggio del Centro-Nord. Il Mezzogiorno invece perderà una parte consistente della sua componente più giovane (fino a 14 anni, -1 milione 146 mila unità) e in età da lavoro (da 15 a 64 anni, -5 milioni e 278 mila unità) come effetto di un progressivo calo delle nascite e di una continua perdita migratoria. Ne risulterà un dividendo demografico negativo per tutto il periodo di previsione considerato e una struttura demografica fragile per la forte incidenza della componente anziana e molto anziana (+1 milione e 402 mila unità), con un raddoppio del peso degli ultra ottantenni. La questione demografica sta dunque assurgendo a ruolo primario nella generale questione meridionale e si delineano con chiarezza distinti e divergenti destini delle due parti del Paese. La loro riunificazione reclama la messa in campo di azioni non convenzionali per la ripartenza della demografia e dell’economia nazionale, che passa necessariamente per quella del Mezzogiorno.

Tab. 15. Nati vivi, morti e saldo naturale
nati vivi
Anni                CentroNord   Mezzogiorno                 Italia
1862 441.939 391.115 833.054
1922 695.268 480.566 1.175.834
1947 528.482 483.008 1.011.490
1964 579.562 436.558 1.016.120
2017 295.221 162.930 458.151
2041 326.671 130.076 456.727
2065 313.878 105.826 419.677
Morti
Anni             CentroNord Mezzogiorno                     Italia
1862 357.705 323.507 681.212
1922 413.662 276.392 690.054
1947 324.955 195.942 520.897
1964 332.804 157.246 490.050
2017 434.648 214.413 649.061
2041 495.594 249.587 745.198
2065 563.316 265.810 829.082
Saldo Naturale
Anni          CentroNord Mezzogiorno                     Italia
1862 84.234 67.608 151.842
1922 281.606 204.174 485.780
1947 203.527 287.066 490.593
1964 246.758 279.312 526.070
2017 -139.427 -51.483 -190.910
2041 -168.923 -119.510 -288.471
2065

 

-249.439

 

-159.983

 

       -409.405

 

 

 

Il processo di perdita di capitale umano verso il Nord e verso l’estero è continuato inesorabile e ha provocato un grave depauperamento della struttura demografica e del tessuto sociale. Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti (Tab. 16): la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% circa si sono trasferiti all’estero. Quasi 800 mila di essi non sono tornati più nel Mezzogiorno. Anche nel 2016, quando la ripresa economica ha manifestato già segni di consolidamento, si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 131 mila residenti, un quarto dei quali ha scelto un paese estero, una quota decisamente più elevata che in passato, come sempre più elevata risulta la quota dei laureati.

 

Il saldo migratorio interno peggiora nel Mezzogiorno, dove è passato da -51,1 mila nel 2015 a -56,4 mila nel 2016 (-2,7 per mille), mentre migliora al Centro-Nord, dove è passato da 36,3 mila a 37,8 mila. Tra le regioni meridionali, evidenziano un saldo migratorio fortemente negativo la Sicilia, che perde 9,3 mila residenti (-1,8 per mille), la Campania (-9,1 mila residenti, per un tasso migratorio netto di -1,6 per mille) e la Puglia (-6,9 mila residenti, per un tasso migratorio netto pari a -1,7).

Gli emigranti che dal Mezzogiorno si trasferiscono nel Centro-Nord sono individui prevalentemente in età lavorativa: quelli tra 25 e 29 anni, e tra 30 e 34 anni, presentano nel 2016 un saldo negativo pari, rispettivamente, a 13 mila e 10 mila unità. Il sensibile aumento della quota di persone che si trasferiscono con un elevato titolo di studio interessa tutte le regioni del Mezzogiorno. Le quote più alte di laureati sul totale degli emigrati si registrano in Basilicata e Abruzzo, rispettivamente il 33,9% e il 33,6%. Nelle altre regioni del Mezzogiorno la quota dei laureati che si trasferisce al Centro-Nord è comunque sempre superiore al 27%. Infine, nel 2016, gli occupati residenti nel Mezzogiorno con un posto di lavoro nelle regioni centro-settentrionali o all’estero, aumentano rispetto all’anno precedente di circa 25 mila unità, pari al +19,1%. Un aumento di “pendolari di lungo raggio” consistente, al punto da spiegare circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno che lo scorso anno è risulta di circa 101 mila unità.

  1. La cittadinanza “limitata”: il divario nei servizi al Sud

L’ampliamento delle disuguaglianze territoriali in termini di indicatori sociali riflette, in un contesto economico difficile ma che ha mostrato capacità di reazione, un forte indebolimento della capacità del welfare di supportare le fasce più disagiate della popolazione. Gli indicatori sugli standard dei servizi pubblici documentano un ampliamento dei divari Nord-Sud, con particolare riferimento proprio al settore dei servizi socio-sanitari che maggiormente impattano sulla qualità della vita e incidono sui redditi delle famiglie. Ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia. Si tratta di carenze di servizi che si riflettono sulla vita dei cittadini e che condizionano decisamente anche le prospettive di crescita economica, perché diventano fattori che giocano un ruolo non accessorio nel determinare l’attrazione di nuove iniziative imprenditoriali. Per quanto riguarda il comparto socio-assistenziale il ritardo delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per l’infanzia che quelli per gli anziani e per i non autosufficienti (v. Tab. 17). Più in generale, l’intero comparto sanitario presenta differenziali in termini di prestazioni che sono al di sotto dello standard minimo nazionale, come dimostra la griglia dei Livelli Essenziali di Assistenza nelle regioni sottoposte a Piano di rientro: Molise, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania, sia pur con un recupero negli ultimi anni, risultano ancora inadempienti su alcuni obiettivi fissati (v. Tab. 18).

 

I dai sulla mobilità ospedaliera interregionale testimoniano le carenze del sistema ospedaliero meridionale, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e la lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l’Emilia-Romagna (v. Tab. 19). I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali è anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle famiglie con il conseguente impatto sui redditi. Strettamente collegato a ciò è il fenomeno della cosiddetta “povertà sanitaria”, secondo il quale si verifica sempre più frequentemente che l’insorgere di patologie gravi costituisca una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud e nelle Isole. In Italia, nel 2015, l’1,4%% delle famiglie italiane si è impoverito nel 2015 per sostenere le spese sanitarie non coperte dal Servizio Sanitario Nazionale; nelle regioni meridionali la percentuale sale significativamente raggiungendo il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana (v. Fig. 5). I divari si confermano anche per quel che riguarda l’efficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa all’anagrafe, alle ASL e agli uffici postali (v. Tab. 20). La SVIMEZ ha costruito un indice sintetico della performance delle Pubbliche Amministrazioni nelle regioni italiane sulla base della qualità dei servizi pubblici forniti al cittadino nella vita quotidiana. Fatto 100 il valore della regione più efficiente (Trentino- Alto Adige) emerge che quelle meridionali, ad eccezione della Campania che si attesta a 61, della Sardegna a 60 e dell’Abruzzo a 53, sono al di sotto di 50: Calabria 39, Sicilia 40, Basilicata 42, Puglia 43 (v. Fig. 6). Lo sviluppo concreto dei diritti di cittadinanza è la chiave fondamentale per mobilitare le enormi risorse, umane, ambientali, culturali ancora inutilizzate presenti nel Mezzogiorno, che, se messe a valore, potrebbero contribuire significativamente alla stessa ripresa del Paese. Occorre assumere la consapevolezza che la politica di coesione non può essere solo politica “spaziale” di intervento (attraverso incentivi fiscali, contratti di sviluppo, investimenti pubblici) ma deve essere accompagnata da politiche territorialmente differenziate nel Mezzogiorno, in grado di riequilibrare la qualità di alcuni beni pubblici essenziali. Dunque, occorrerebbe passare dalla politica per stanziamenti finanziari a quella per obiettivi in termini di miglioramento di infrastrutture e servizi per il cittadino e per l’imprenditore, aumentando così anche la possibilità di misurare l’impatto delle risorse impiegate. Un disegno impegnativo, un mutamento di approccio che riconduca ad un nuovo protagonismo dell’intera società meridionale che vada di pari passo al miglioramento e potenziamento della macchina pubblica, evitando che la protesta delle fasce più deboli si traduca in un nocivo e antistorico rivendicazionismo sudista

 

Tab. 18. Griglia LEA, risultati 2015 (a)

Regione

Punteggio Regione Punteggio
adempienti inadempienti
Toscana 212 Molise 156
Emilia Romagna 205 Puglia 155
Piemonte 205 Sicilia 153
Veneto 202 Calabria 147
Lombardia 196 Campania 106
Liguria 194
Marche 190
Umbria 189
Abruzzo 182
Lazio 176
Basilicata 170
  • Risulta “Adempiente” la Regione che raggiunge un punteggio pari o superiore a 160, oppure un punteggio compreso tra 140 e 160 ma senza nessun indicatore critico (punteggio inferiore a 3). Viceversa, risulta “Inadempiente” la Regione con punteggio inferiore a 140, oppure compreso tra 140 e 160 con almeno un indicatore critico (punteggio inferiore a 3). Fonte: CREA Sanità, Rapporto Sanità, 2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: Elaborazioni SVIMEZ su dati Sistema Informativo Sanitario – Ministero della Sanità Direzione Generale della Programmazione Sanitaria.

 

 

(a) Percentuale di file di oltre 20 minuti presso l’Anagrafe, le ASL e gli uffici postali su 100 persone. Fonte: Elaborazioni SVIMEZ su dati ISTAT.

In sintesi:

Il triennio di crescita consecutiva del Mezzogiorno, al ritmo di sviluppo del resto del Paese, è un risultato non scontato. La recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni meridionali, benché gli andamenti siano alquanto differenziati. Il consolidamento della ripresa è essenzialmente dovuto al contributo del settore privato i cui risultati, in termini di export e di investimenti, lasciano supporre che, anche dopo il massiccio disinvestimento avvenuto con la crisi, sia rimasto attivo e competitivo un nucleo industriale, anche nel settore manifatturiero, in grado di cogliere le sfide competitive. Il recupero dell’industria meridionale desta particolare sollievo, per quanto sia da legare al tipico “haircut” delle fasi negative del ciclo, che ha estromesso dal mercato le imprese inefficienti e ha lasciato spazio a quelle più efficienti e produttive. D’altronde, l’intensità della crisi è stata tale che ha avuto anche effetti strutturali più profondi, espellendo dal mercato anche imprese sane ma non attrezzate a superare una recessione così lunga e impegnativa. L’apparato produttivo rimasto al Sud sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l’andamento delle esportazioni. Tuttavia, permane il rischio che in carenza di politiche che sostengano adeguatamente l’apparato produttivo e ne favoriscano l’espansione, questo non riesca, per le sue dimensioni ormai ridotte, a garantire né l’accelerazione né il proseguimento di un ritmo di crescita peraltro insufficiente. La ripresa degli investimenti privati, in particolare negli ultimi due anni, ha più che compensato il crollo degli investimenti pubblici, che si situano su un livello strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi (4,5 miliardi di investimenti annui in meno rispetto al 2010) e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo. Questo rappresenta l’elemento maggiormente critico per una politica a, il settore privato sembra avere fatto la sua parte, mentre il complesso delle politiche per il Sud e la coesione territoriale – pur con impulsi molto positivi, in particolare con il credito di imposta per gli investimenti e i Contratti di sviluppo – non sembra aver prodotto risultati soddisfacenti. Il crollo degli investimenti pubblici, connesso non soltanto ai vincoli fiscali derivanti dal proseguimento dell’austerità, unito alla mancata ripresa dei consumi delle Pubbliche amministrazioni, rappresentano i principali elementi di divergenza rispetto al resto del Paese e un ulteriore progressivo indebolimento dell’azione pubblica, anche in termini di servizi per i cittadini e le imprese, in un’area che si dimostra non solo bisognosa di politiche pubbliche ma anche positivamente reattiva ai loro stimoli. Se il consolidamento della ripresa del Sud suggerisce che la crisi non abbia del tutto minato la capacità del tessuto produttivo meridionale di rimanere agganciato ai processi di sviluppo, tuttavia, il ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area, che restano allarmanti. Da un lato, la crescita del 2015-2017 ha recuperato in misura solo molto parziale il patrimonio economico e sociale disperso dalla crisi, la cui perdita si è sommata al gap già esistente in termini di produttività delle imprese e benessere degli abitanti. Dall’altro, anche nella ripresa si registrano ulteriori elementi di divergenza e disuguaglianza interna, che indeboliscono il tessuto sociale: aumenta l’occupazione (benché in misura insufficiente a colmare la voragine apertasi con la crisi), ma vi è una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione, pertanto la crescita dei salari risulta limitata e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata. Il divario sempre più forte in termini di servizi pubblici, la cittadinanza “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale dell’area e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Del resto, proprio questo indebolimento della qualità dei servizi ha fatto emergere una sofferenza sociale del Sud, manifestatasi anche nelle ultime elezioni, con un voto che non può essere liquidato con letture semplicistiche incentrate esclusivamente sulla richiesta di politiche assistenzialiste. Un’interpretazione sbagliata, che d’altra parte non riflette nemmeno adeguatamente la complessità della società meridionale ricca di dinamismo e di consapevolezza della necessità di in discontinuità nei rapporti tra Stato e cittadini. A fronte di un quadro di consolidamento di una debole ripresa, in cui i segnali di resilienza sono tuttavia insufficienti a invertire il declino sociale e demografico dell’area, rischia di aprirsi una “stagione dell’incertezza” – in cui l’Italia fa segnare un rallentamento della crescita – che potrebbe determinare nel Sud una “grande frenata”. Oltre alle persistenti tensioni geopolitiche, al sorgere di spinte protezionistiche e al raffreddamento delle politiche monetarie espansive della BCE, sul Mezzogiorno pesano elementi di incertezza connessi all’avviamento delle politiche economiche proposte dal nuovo Governo, specie riguardo i tempi previsti di attuazione e le possibili ricadute territoriali (come nel caso della cd. Flat tax), che non facilita la definizione dei piani di sviluppo e investimento. Questo è ciò che emerge dall’aggiornamento delle previsioni per il 2018-2019 del modello econometrico della SVIMEZ: in assenza di un quadro chiaro di riferimento per la politica economica, per cui si attende la Nota di aggiornamento al DEF e la Legge di Bilancio, il “tendenziale” di crescita dell’area, nel biennio di previsione, potrebbe addirittura dimezzarsi, passando dal 1,4% del 2017 allo 0,7% del 2019. Un dato che si ripercuote negativamente sull’intero Paese, in quanto il grado di interdipendenza tra le economie delle due macroaree risulta elevato, e che dimostra quanto il Sud avrebbe bisogno di una strategia di politica per lo sviluppo. Per il Mezzogiorno, insomma, mantenere il tasso di crescita del triennio non sarà facile. Potrebbero aiutare, per sostenere il sistema produttivo, che pure sta facendo la sua parte, non solo il proseguimento della misure di incentivazione agli investimenti più efficaci (compresa Industria 4.0 per la quale sarebbe necessario immaginare riserve per il Sud che compensino i suoi svantaggi strutturali), ma anche l’attuazione di strumenti di intervento nel Mezzogiorno, già nel paniere del Governo, come l’istituzione di Zone economiche speciali nelle principali aree portuali, con incentivi fiscali e semplificazioni amministrative. In generale, serve una politica fiscale più espansiva per favorire il consolidamento della domanda interna, che ha sostenuto la crescita del periodo e rispetto alla quale il Mezzogiorno è sempre stato particolarmente reattivo, per la quale ciò che fin qui è mancato è stato il contributo della spesa pubblica sia per i consumi che per gli investimenti. Da questo punto di vista, attuare un vero riequilibrio territoriale degli investimenti pubblici ordinari risulta cruciale.

Particolarmente opportuna, appare l’indicazione del nuovo Ministro per il Sud di favorire l’attuazione della cd. “clausola del 34%” per la spesa ordinaria in conto capitale (ancora inattuata) e, ancor di più, di estenderla al Settore Pubblico Allargato delle grandi aziende partecipate. La premessa essenziale per un rinnovato impegno pubblico per lo sviluppo del Mezzogiorno, passa tuttavia per la riqualificazione, l’ammodernamento e la razionalizzazione delle istituzioni preposte all’amministrazione dello sviluppo e della coesione, per colmare i deficit in termini di risorse umane qualificate, in particolare sul versante della progettazione degli interventi, inefficienze organizzative a livello locale, carenza di coordinamento strategico a livello nazionale e di volontà e/o capacità di attivare efficaci poteri sostitutivi. Ad ogni livello di governo – regionale e nazionale, ed in particolare europeo, dove porre con forza il tema delle asimmetrie e degli squilibri di una governance economica che produce divergenza – compito della politica è di non rassegnarsi sul tendenziale rallentamento di una ripresa peraltro già troppo debole, ma di riattivare una grande stagione di investimento nel Mezzogiorno, mirata al miglioramento delle infrastrutture economiche e sociali, per il miglioramento delle condizioni competitive delle imprese e dei fondamentali del benessere dei cittadini, come leva per l’accelerazione del tasso di sviluppo dell’intero Paese.

Fonte:

http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf