Per un rilancio della regione Basilicata

Chi si candida a guidare una Regione o un ente locale del Mezzogiorno, in questo tempo in cui sembra che il tecnicismo dell’economia restringa lo spazio di azione della politica, prima ancora di pensare al programma di interventi che vuole mettere in campo, deve sforzarsi di mettere in condizioni di funzionalità, in termini di tempistica delle risposte da dare ai cittadini e di qualità delle risposte rispetto ai problemi, la macchina della pubblica amministrazione di cui dispone. Niente è possibile senza un apparato in grado di tradurre efficacemente e rapidamente l’orientamento politico in una programmazione, da cui far discendere gli atti amministrativi, e, da testimonianza diretta, posso dire che non c’è niente di più frustrante per un Presidente di Regione o un Sindaco di una macchina amministrativa che non lo segue nel modo giusto.

L’azione della Pubblica Amministrazione è un fattore cruciale per determinare la linea e gli esiti di un progetto di sviluppo del territorio, non soltanto per il peso che, anche solo in termini di occupazione e redditi essa assume in regioni come quelle meridionali, dove il tessuto produttivo privato è esile e la funzione pubblica continua a mantenere un prestigio sociale particolare, anche se non di rado tende a degradare in notabilato, fascinazione passiva per il potere e clientelismo.

Il ruolo della macchina pubblica è soprattutto quello di determinare, con le sue azioni, le sorti di un progetto politico. Un sistema produttivo e la collettività di cui questo sistema produttivo fa parte, a dispetto di chi coltiva illusioni sulle capacità taumaturgiche del mercato, ha bisogno di regole che ne determinino la competizione per il bene comune, di certezze su come comportarsi sui mercati di approvvigionamento, il principale dei quali è quello del lavoro, di infrastrutture e servizi pubblici, spesso, in regioni a ritardo di sviluppo dove il mercato privato locale è asfittico, di un mercato pubblico in cui vendere prodotti e servizi, di un contesto di sicurezza e di qualità della vita dove poter lavorare meglio, di competenze e know how in larga misura prodotti dal sistema scolastico e della ricerca pubblico, di un sistema di incentivi e disincentivi che determini la direzione verso cui modellare il sistema di specializzazione produttiva locale.

Nel nostro assetto costituzionale, che piaccia o meno, che l’esperienza possa essere considerata positiva o negativa, dopo le riforme Bassanini di fine anni Novanta le Regioni assumono un ruolo strategico, in qualità di ente programmatore dello sviluppo di livello intermedio, e di interlocutore privilegiato con lo Stato e l’Unione Europea nella negoziazione di obiettivi e strumenti finanziari di sviluppo. Con il depotenziamento delle Province, le Regioni dovranno giocoforza assumere anche il ruolo di pianificazione di area vasta dei servizi pubblici di rete.

Quando entrai in Regione Basilicata come valutatore, nell’oramai lontanissimo 2002, essa era considerata, per molti versi, il gioiello della P.A. meridionale: esempio di successo nella gestione dei fondi strutturali quanto a capacità di spesa (forse molto meno nella qualità della spesa), con un debito molto contenuto e una sanità di eccellenza nel quadro del Sud (essendo l’unica regione meridionale a non essere sottoposta ad un piano di rientro) aveva instaurato un originale modello di relazioni di rete fra amministrazioni e parti economiche e sociali (favorito anche dalle ridotte dimensioni, che facilitano le relazioni di prossimità, e dall’omogeneità di colore politico).

Purtroppo, oramai da una quindicina di anni a questa parte, la qualità e l’efficienza dell’azione regionale si sono progressivamente ridotte, e non per motivi legati a scandali giudiziari di varia natura, ma per fattori molto specifici: una perdita di senso della propria missione, causato da una politica sempre più invadente e sempre meno rispettosa dello spazio di controllo di legittimità che spetta all’amministrazione, l’invecchiamento del personale dovuto al blocco del turnover, il venir meno di incentivi materiali associato ad una insufficiente valorizzazione motivazionale dei più bravi (spesso mortificati oltremodo), l’incapacità (condivisa anche con la parte sindacale, per la verità) di proporre una riforma di insieme della macchina regionale, con scelte guidate più da considerazioni di spending review che di qualità (come l’accorpamento a freddo dei Dipartimenti, per risparmiare sul numero di Assessori, che non ha prodotto una reale sinergia), o da esigenze politiche di controllo (il bicefalismo del Dipartimento di Presidenza della Giunta lascia molti dubbi quanto ad efficienza). Senza contare scelte scellerate, condotte sula scia della ricerca di consenso presso piccole cricche di dipendenti pubblici, che hanno impoverito la Regione di competenze insostituibili, come quella di “privatizzare” l’Assistenza Tecnica dei fondi strutturali). Non contenta, l’attuale maggioranza sta addirittura pensando, a quanto apprendo, di smantellare il NRVVIP, senza il quale non sarebbero capaci nemmeno di scrivere un Defr o una relazione di accompagnamento alla legge regionale di bilancio.

Mentre le condizioni di finanza pubblica sempre meno generose impattano disastrosamente sui servizi pubblici essenziali, come la sanità, viene meno anche una capacità riformista in grado di coniugare livelli essenziali di prestazioni ed efficienza della spesa, producendosi in riforme di piccolo cabotaggio del tutto ininfluenti sull’assetto del sistema, come l’ultima riforma del sistema sanitario regionale.

L’apice simbolico del degrado, dal punto di vista dell’immagine e della sostanza, è stato il mancato giudizio di parifica del Rendiconto regionale da parte della Corte dei Conti, che ha punito il tentativo di mettere pezzette a colori, mascherando contabilmente, un disavanzo che non si riesce a colmare, malgrado la disponibilità di risorse libere come le royalties come fonte di copertura della spesa ordinaria, anziché straordinaria. Il calo del gettito da estrazioni petrolifere, dovuto a fattori di mercato ed a elementi contingenti, come la chiusura prolungata del Centro Oli di Viggiano, ha messo a nudo la fragilità finanziaria e la scarsa affidabilità contabile del bilancio regionale.

Quella che era una Regione-modello si trova oggi in fondo alle classifiche degli studi condotti da vari enti indipendenti. Il peso della burocrazia – secondo l’indice elaborato dalla Confartigianato – vede la Basilicata al quarto posto tra le regioni italiane con un punteggio di 678,1. Peggio fanno solo Sicilia (802,6), Calabria (786,5) e Campania (725,4). Tale indice tiene conto di fattori quali la pressione della burocrazia sulle imprese, le tutele dei diritti delle imprese in campo civile e tributario, le condizioni di accesso ai servizi, l’efficienza delle imprese che gestiscono servizi pubblici locali, l’uso delle tecnologie digitali.

Anche la Svimez ha elaborato un indice similare, basato sulla qualità dei servizi pubblici forniti alla cittadinanza ed alle imprese: tiene conto di indicatori quali la percentuale di rifiuti urbani smaltiti in discarica sul totale dei rifiuti urbani raccolti; la percentuale di rifiuti urbani oggetto di raccolta  differenziata sul totale; indicatori di efficienza negli uffici: Anagrafe, ASL e Poste; indicatori di qualità delle infrastrutture di rete: acqua, elettricità e gas; persone molto soddisfatte dell’assistenza medica, infermieristica e dei servizi igienici ospedalieri; l’indice di  attrattività delle Università; l’indice di attrattività dei servizi ospedalieri; la presa in carico ponderata dell’utenza dei servizi per l’infanzia; la  presa in carico degli anziani per il servizio di assistenza domiciliare integrata; l’assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari nell’area anziani. Ebbene, rispetto a tale indice sintetico, elaborato in occasione dell’ultimo Rapporto sul Mezzogiorno, la Basilicata si colloca al quartultimo posto.

Questa situazione disastrosa, che ha trasformato l’organizzazione degli uffici in una specie di barca alla deriva, può essere invertita, ma serve uno sforzo eccezionale sia da parte della politica che del sindacato. Serve un piano di riforma complessiva dell’Amministrazione, che vada al di là dei propositi piuttosto deboli del Piano di Rafforzamento Amministrativo, redatto più per esigenze adempimentali che per una volontà riformista reale. Occorre creare reale sinergia fra gli uffici progettando team interdipartimentali di lavoro su obiettivi trasversali, incentivati, in vario modo, in base al raggiungimento di tali obiettivi, rivedere il sistema di valutazione delle performance, non in senso punitivo/repressivo (non funziona mai) ma in senso premiale, introducendo anche valutazioni di tipo qualitativo, oltre che per indicatori, spesso difficilmente applicabili alla complessità del lavoro amministrativo, ridisegnare l’organizzazione per creare uffici multifunzionali in grado di gestire segmenti integrati di filiera programmatica e non più soltanto specifiche attività “molecolari”, reintrodurre l’Assessorato alla Programmazione ed una programmazione regionale di respiro triennale aggiornabile annualmente, integrando gli obiettivi più propriamente di programmazione finanziaria del DEFR con obiettivi di tipo economico-sociale riferiti alla collettività regionale, tornare a reclutare talenti esterni da collocare in funzioni consulenziali strategiche, senza temere gelosie di piccolo cabotaggio. Ridisegnare il sistema delle partecipate regionali concentrandosi su quelle realmente strategiche, dismettendo le partecipazioni secondarie e tornando a ragionare in termini di in-house da trasformare in Agenzie di scopo specializzate sulle filiere strategiche dello sviluppo produttivo (ambiente-energia-agroalimentare-forestazione, turismo-cultura, società della conoscenza e sviluppo digitale) a partire da Sviluppo Basilicata, che su dette filiere può agire da Finanziaria regionale e da “procacciatrice” di investimenti esterni, sul modello della WDA o della DATAR.

Riccardo Achilli